LATOK I 7145m: Diario del Tentativo allo Sperone Nord

11 Luglio 2011: Campo base del Latok I

Dopo 6 giorni passati in parete scendiamo a causa del brutto tempo e dell’altissimo rischio di valanghe e crolli di cornici. Ma per quanto mi riguarda non è stato il fallimento di un sogno, ma l’inizio di una nuova consapevolezza alpinistica. La spedizione sull’inviolato sperone nord del Latok I (7145m) nella catena del Karakoram in Pakistan è stata un successo.

L'imponente parete Nord del Latok I - Karakorum

L’imponente parete Nord del Latok I – Karakorum

6 Giugno 2011 la partenza. Il lungo viaggio che ci separa da Milano ad Islamabad mi concede il tempo per pensare a quanto sono fortunato ad essere qui ed a quello che mi aspetterà. L’idea di provare a salire questo spigolo pazzesco ed infinito nasce dall’energia vulcanica ed inesauribile di Ermanno Salvaterra di diritto tra i più forti e produttivi alpinisti della storia alpinistica della Patagonia. Andrea Sarchi è il primo con cui viene condiviso il progetto ed a lui, che abbraccia entusiasta quest’idea, è affidato il compito di capo spedizione e di decidere gli altri componenti del gruppo. Toccherà infine, dopo varie proposte, a Cesare “Cege” Ravaschietto, a me ed a Bruno Mottini l’onore di completare la squadra. Tre “vecchie” volpi, istruttori nazionali delle guide alpine e due giovani, ex agonisti ed aspiranti guide alpine saranno il primo team italiano a tentare l’ambiziosa salita dal versante nord del Latok I. Salita che ad oggi, dopo oltre 30 anni di tentativi ha respinto quasi 30 cordate da tutto il mondo. 15 Giugno 2011 finalmente al campo base (4500m). 26 ore di pulmino in 2 giorni sulla rinomata Karakoram highway fino a Skardu. 8 ore di jeep e di off-road da brivido fino ad Askole. 60 km in 4 giorni di trekking. 1500 m di dislivello in salita. 73 portatori Baltì . 300 kg di materiale alpinistico. Questi i numeri di un odissea logistica ed organizzativa che ci porta ai piedi del nostro obbiettivo o più simpaticamente del “grande puffo”, come verrà battezzato nei giorni successivi da Ermanno. In effetti le dimensioni non hanno niente a che vedere con quelle alpine, tutto è moltiplicato all’ennesima potenza. Ciò che rendeva tutti increduli era che da circa 1 km di distanza in linea d’aria dalla parete, essa non rientrava in un’unica visuale dell’occhio, bensì bisognava inclinare maggiormente la testa per vederne la cima. Impressionante!

Lungo la Karakoram Highway.

Lungo la Karakoram Highway.

Fino al 05 Luglio 2011 l’acclimatamento. Il tempo è sempre bello e stabile e ci permette di iniziare a “lavorare”. Molti sono i viaggi fino al deposito materiali (un isoletta sassosa in mezzo al ghiaccio) a circa un‘ora dall’attacco dello sperone ed alla base della parete, ma non solo. Apriamo una “vietta” di 100 m in 2 tiri (6a­+ e 6b) nei pressi del deposito, dove ricordo un bel viaggio su placca liscia di 10 m avendo come ultima protezione un micro nut, però era un offset… (dispositivo conico su almeno 2 assi). Saliamo da un ripido canalone nevoso (infinito) fino a 5400 m su di un anticima nei pressi del campo base e passiamo la notte in tenda a 5200 m. At last, but not the least issiamo tutto il materiale (circa 150 kg) fino ai 5250 m dello sperone. Impieghiamo 5 giorni effettivi sempre con rientro in giornata al campo base. Di questi difficili giorni mi torna in mente un tiro su roccia strapiombante, dove ho impiegato quasi un’ora per salire 40 m e dove un volo a testa in giù di 7/8 m su friend ha reso il tutto sicuramente più adrenalinico. C’è stata anche una lunga ritirata in balia della bufera, l’unica volta dove ho visto Sarchi perdere le staffe a causa del freddo e delle condizioni estreme dettate dal meteo e dalla parete. Insomma 19 giorni di “fuoco” dove i  riposi si sono contati sulle dita di una mano e il lavoro ha portato a risultati al di sopra dei nostri programmi. Nonostante questo scrivo sul diario: “…Avendo messo mano sulla parete mi sono reso conto di ciò che mi aspetta. La preoccupazione è aumentata soprattutto a causa della lunghezza della via… Potrebbe essere l’occasione per definire i miei limiti di sopportazione…” . 06 Luglio 2011 inizia l’assedio. Negli ultimi 2 giorni la neve è caduta copiosa e le condizioni non sembrano delle migliori. Il metereologo austriaco Karl Gabl ci annuncia al satellitare che abbiamo davanti una finestra di bel tempo e decidiamo così di partire, preventivando 20 giorni tra salita e discesa. Mi sveglio alle 3:00, il cielo mi sovrasta con una miriade di stelle. Rimango per l’ennesima volta a bocca aperta! L’avvicinamento è silenzioso e in poco più di un’ora siamo alla base della parete. Risaliamo 600 m di corde fisse scarichi ed altri 100 m accompagnati dai 3 sacconi, o per dirla alla Salvaterra dai 3 Boby, con all’interno tutto il materiale. Fatichiamo a trovare un buon posto da bivacco, non troviamo lo spazio per montare le tendine e così ci dividiamo in due gruppetti e riusciamo a sistemarci in qualche modo. Ricordo che a turno dovevamo spostare le gambe poiché a causa delle dimensioni del giaciglio a qualcuno rimanevano sotto quelle degli altri, provocandogli così dei periodici formicolii. In cambio però il tramonto sugli Ogre e il cielo stellato hanno reso il tutto “piacevole”, oserei dire quasi romantico… Prima di addormentarmi sono stati molti i miei pensieri, in ultimo però mi è balzato in mente l’epitaffio sulla tomba di Kant (“Due cose mi hanno da sempre stupito: il cielo stellato sopra me e la legge morale in me”) ed un sorriso… Infatti anche al liceo la filosofia era un potente sonnifero.

Ermanno sale le corde fisse.

Ermanno sale le corde fisse.

07 Luglio 2011 la Fatica. L’alba arriva veloce e dopo la colazione siamo di nuovo appesi agli imbraghi. Lo scenario cambia, dai muri per lo più rocciosi e verticali incontrati nella prima parte, ora ci aspettano almeno 3 giorni di pendii nevosi di circa 70°. Il tempo è bello e la giornata redditizia, scaliamo altri 200 m impiegando sovrumani fatiche per il trasporto dei materiali. I crampi alle braccia ed alle spalle non esitano ad arrivare e giungo al posto da bivacco sfinito. Fortunatamente questa volta il bivacco, trovato dalla lungimiranza di Cege, ci permette di montare entrambe le tende e di essere anche riparati; siamo infatti piazzati sotto di una gigantesca cornice di ghiaccio. Bresaola, grana e nasi goreng, queste le proposte dello chef Bruno, che non transige su eventuali contestazioni e, nel raro caso in cui ci fossero, zittisce sempre tutti con una frase in livignasco stretto: “Iòra maia la merda!” (La traduzione, anche se intuibile, la lascio come compito ai più curiosi…) 08-11 Luglio 2011 prigionieri del sogno. 5:00 del mattino, il rumore dei fiocchi di neve che lambiscono il telo della tenda è la prima cosa che attira la mia attenzione. Subito tiro un sospiro di sollievo, così posso continuare a dormire e soprattutto a riprendermi dalle fatiche dei giorni passati. Insomma rido sotto i baffi e nel “tepore” del mio sacco a piuma mi giro dall’altra parte e continuo a dormire. Purtroppo questa euforia sarebbe durata poco… Quasi una settimana bloccati in tenda in attesa del bel tempo ha decisamente messo alla prova la pazienza di tutti! Più di uno i tentativi di proseguire anche in queste condizioni avverse, ma nessuno d’importanza rilevante. Riusciamo ad aggiungere purtroppo solo qualche metro alla nostra odissea, raggiungendo così il nostro punto più alto: 5600 m. Dopo giorni passati a valutare le condizioni della parete ed a sognare il bivacco Colin (punto di arrivo della spedizione americana del 2009 capitanata dal famoso Colin Haley) posto a 5800 m, le frequenti valanghe spontanee ed i continui crolli di cornici portano i “vecchi” alla decisione più saggia: Il ritiro!

Il bivacco.

Il bivacco.

Impieghiamo un giorno intero per la difficile discesa, fortunatamente senza la compagnia dei Boby. Infatti ritenendoli idonei al volo li abbiamo testati nei circa 1000 m che ci separano dall’attacco della parete. Non avendo visto delle grandi planate abbiamo dovuto ricrederci sulle loro proprietà aerodinamiche. La sera al campo base i due cuochi e l’ufficiale di collegamento ci accolgono felici con una cena a base di pizza pakistana. La pizza più buona che abbia mai mangiato!

Durante la discesa.

Durante la discesa.

12 Luglio 2011 i koreans. Già durante la discesa si era accennato ad una salita totalmente su roccia e con esposizione a sud, così puntiamo la nostra attenzione su di una guglia che svetta aguzza nei pressi del campo base. Nel recuperare i sacconi alla base del Latok ci accorgiamo che uno è completamente squarciato e per le famose leggi di Murphy è proprio quello con all’interno tutti i chiodi da roccia in nostro possesso. Aprire una via su roccia senza chiodi da roccia non è molto consigliabile. Il progetto sembra quindi sfumare, finché veniamo a conoscenza della partenza della spedizione koreana, con cui abbiamo condiviso per più di un mese il campo base. Questi, reduci dal successo sulla difficile parete nord del Meru Peak (6660 m) in India, hanno tentato, nel mese a loro disposizione, la diretta alla futuristica parete nord del Latok I. A causa del meteo, delle difficoltà e dei pericoli oggettivi, sono riusciti però a salire solo 100 m dei 2500 m della parete. A loro chiediamo la possibilità di avere dei chiodi ed in cambio di un paio di picozze, riceviamo una decina tra lame, U e universali, più una ventina di pecker (dispositivi d’ancoraggio, tipici dell’artificiale moderno). I koreans sostengono che siano sfruttabili in più situazioni e che abbiano la stessa tenuta dei chiodi,  peccato che io non ne abbia mai piantato uno, ma vado in fiducia. 13 Luglio 2011 Il sole torna finalmente a splendere, portiamo così parte del materiale nelle vicinanze dell’attacco della guglia e torniamo al base per preparare le ultime cose. La stanchezza inizia a farsi sentire, ma l’obbiettivo mi entusiasma soprattutto per la possibilità di effettuare la salita senza sacconi e con impronta più sportiva. 14-15 Luglio 2011 Cater-Pillar. Partenza alle 4:00 e rientro alle 5:00 del giorno dopo. 26 ore tra salita e discesa per una via in quota fino ai 5500 m della cima, su roccia splendida e difficoltà sostenute in arrampicata libera (7a). Sfruttiamo quasi esclusivamente protezioni veloci se non per le soste di calata ed un paio di chiodi lasciati lungo i tiri. Per quanto riguarda i pecker cerco di usarne solo uno nel passo chiave del 9° tiro per effettuarlo in A0. L’intraprendenza della mia decisione non viene premiata, infatti la fuoriuscita del dispositivo è implacabile e dunque preferisco effettuare il passo con la vecchia e cara tecnica dell’arrampicata libera. Meno male che andavo in fiducia… L’aneddoto del perché di questo nome alla via merita di essere svelato attraverso questo scorcio di dialogo avvenuto giorni prima durante una delle numerose discussione in tenda. Cege: “Prima di partire ero a cena con un mio collega istruttore delle guide e abbiamo iniziato a parlare della nostra spedizione…” Sarchi: “Ah sì… E cosa ha detto?” Cege: “Bè… che era una cosa molto ambiziosa e difficile e poi mi ha chiesto con chi sarei andato…” Sarchi: “Immagino la faccia dopo avergli detto il mio nome…” Cege: “Non ci crederai, ma quando ti ho menzionato è rimasto immobile per un momento ed ha affermato: Sarchi? Sarchi… Un caterpiller!” Da quel giorno il nostro impeccabile ed insostituibile capo spedizione è rimasto per tutti noi il caterpiller ed a tutti è sembrato ovvio dedicargli la via.

Il tracciato della via Cater-Pillar.

Il tracciato della via Cater-Pillar.

16-21 Luglio 2011 il rientro. Ritorna il brutto tempo e dopo aver recuperato l’ultimo materiale lasciato nei vari depositi dislocati sul ghiacciaio prepariamo i bidoni e chiamiamo i portatori. Questa volta sono 32 e come all’andata in 4 giorni ci riportano alla pseudo civiltà di Askole. Qui in preda ad una voglia irrefrenabile di cioccolata, ne compro una bella quantità all’unico negozietto del villaggio, ma appena uscito ad aspettarmi c’è un’orda di bambini che mi assale ed a cui non riesco a dire di no. E così la tanto ambita cioccolata sparisce prima ancora di averla annusata. 22-26 Luglio 2011 Skardu. Skardu, la “Cortina” del Pakistan con i suoi motel stellati, le montagne intorno, il lago e tutta quella mondanità che si respira ad ogni angolo… Ci regala dopo 42 giorni una doccia ed un letto morbido. Ancora oggi mi vengono i brividi a pensare alla goduria nel riavere quelle comodità. A Skardu passiamo 4 giorni in attesa che l’agenzia sistemi la burocrazia per il rientro. Visitiamo così l’altopiano del Deosai a 4000 m, definito da Cege: “pazzesco” ed altre tipiche attrattive del luogo. (Spero sia stata colta l’ironia di questo breve racconto. NdR) 26-27 Luglio 2011 il viaggio peggiore della mia vita. Partiamo finalmente da Skardu, che per quanto mondano, rimane comunque paragonabile ad un soggiorno estivo al Passo dello Stelvio senza l’opzione sci… Insomma una partenza molto attesa! Il pulmino Toyota Hiace con 2 autisti ci preleva dal nostro motel e dopo 27 ore di viaggio sulla Karakoram highway siamo ad Islamabad. Il viaggio si rivela una vera tortura. Le condizioni dell’ “autostrada” sterrata, non permettono a nessuno di chiudere occhio e le poche tappe non sono abbastanza per riprendersi dalla posizione fetale imposta dagli spazi lillipuziani dei sedili. Arriviamo sconvolti a destinazione, quasi tutti con la dissenteria e crolliamo nei letti dell’albergo fino alla mattina seguente, giorno della partenza verso l’Italia. 28 Luglio 2011 back to Italy. Il viaggio di rientro va liscio come l’olio se non fosse per i nostri numerosi assedi al bagno, che lo rendono inagibile per momenti interminabili al resto dei passeggeri. Ci salutiamo all’aeroporto di Malpensa con un sacco di nuovi progetti alpinistici sia sulle Alpi che all’estero da effettuare insieme ed io entusiasta come un bambino ritorno a casa con nuovi sogni da realizzare. Un’avventura indimenticabile che mi ha fatto crescere in molti aspetti del mio carattere e che mi ha donato la voglia di mettermi in gioco e di esplorare il mondo alla ricerca di nuovi luoghi, di montagne da scalare e di grandi amicizie.

Marco Majori all'ultimo tiro della via Cater-Pillar con il gagliardetto del Centro Addestramento Alpino di Aosta.

Marco Majori all’ultimo tiro della via Cater-Pillar con il gagliardetto della Sezione Sci-Alpinistica del Centro Addestramento Alpino di Aosta.

Ringrazio di cuore il Col. Marco Mosso ed il Magg. Patrick Farcoz del Centro Sportivo Esercito di Courmayeur (www.sportmilitarealpino.it) per il supporto e l’opportunità che mi hanno concesso. Infine un grosso grazie ai nostri sponsor materiali: MONTURA, SCARPA, KONG, ENERVIT e FERRINO.

 A. Guida Alpina Marco Majori

Soundtracks:

  • Five to One – The Doors
  • Warning Sign – Coldplay

LATOK I: Presentazione Spedizione

Il gruppo dei Latok è un piccolo gruppo di cime rocciose nella Muztagh Panmah, parte della catena montuosa del Karakorum centrale (Pakistan). I Latok si trovano appena ad est del gruppo degli Ogre. A sud del gruppo si trova il ghiacciaio Baintha Lukpar, un piccolo affluente del ghiacciaio Biafo, uno dei principali ghiacciai del Karakorum. Sul lato nord del gruppo si trova il ghiacciaio Choktoi.

Il campo base ai piedi dell'imponente montagna.

Il campo base ai piedi dell’imponente montagna.

Il gruppo è composto da quattro cime principali, ciascuna elencata qui con la sua posizione nel gruppo, la sua quota e la data della prima salita:

Latok I, centro-nord, 7.145 m, salita 1979
Latok II, a ovest, 7.108 m, salita 1977
Latok III, est, 6.949 m, salita 1979
Latok IV, a sud-est, 6.456 m, salita 1980
Tutte le cime sono famose per la loro estrema difficoltà tecnica, e sono state teatro di alcune delle più difficili scalate in quota fatte in tutto il mondo.

Il Latok I fu scalato nel 1979 da una spedizione giapponese guidata da Naoki Takada. I giapponesi attaccarono dal versante sud (dal ghiacciaio del Lukpar Baintha) ed arrampicandosi su di un contrafforte roccioso raggiunsero la cresta est. In 6 raggiunsero la cima.

La ripida cresta nord del Latok I, 2.500 metri di altezza, è un noto percorso inviolato.

Il primo tentativo del 1978 effettuato dai famosi climbers americani: Jim Donini, Michael Kennedy, George Lowe e Jeff Lowe si fermò a quota 7000 m., il punto finora più alto conquistato da questo versante. Lo stile leggero di questa salita è stato molto ammirato, nonostante la mancanza di un successo. Seguiranno molti tentativi non riusciti…

Il nostro progetto

Salire la cresta nord in stile alpino. Questo itinerario conta fino ad oggi circa 30 tentativi.

PERIODO: Dal 06 Giugno al 06 Agosto 2011

LA SQUADRA E L’IDEA

L’idea di provare a salire questo spigolo pazzesco ed infinito nasce dall’energia vulcanica ed inesauribile di Ermanno di diritto tra i più forti e produttivi alpinisti della storia affascinante e mitologica dell’alpinismo patagonico. La trasmette a me che ormai avevo appeso al chiodo l’idea di grandi salite e impossibili avventure. Si accende una scintilla ed il piccolo lapillo comincia a bruciare. Mi viene subito in mente Cege, compagno di tante incredibili avventure del passato, che ancora oggi fa invidia a tanti giovanotti moderni. Senza tante parole abbraccia questa idea con l’entusiasmo del fanciullo. L’idea a poco a poco comincia ad avere forma. Adesso occorre entusiasmare qualche giovane e dargli la possibilità di esprimere quel potenziale di sogni che spesso rimane inespresso. Penso a  Majo, personaggio polivalente e con tanta voglia di dimostrare le sue grandi qualità a tutti. Per ultimo, ma solo anagraficamente, arriva Bruno che con quella incredibile macchina di ventenne e con una montagna di determinazione può arrivare chissà dove. Quando gli ho parlato del progetto al telefono ho sentito che ha fatto una capriola. Bellissimo!

Il nostro gruppo ha come anima il potente soffio di un sogno impossibile ma per questo incredibilmente desiderabile e cercato e l’esperienza cresciuta in anni di battaglie sulle più belle montagne del mondo.

Porteremo con noi l’occhio imparziale della telecamera per poter portare a casa una storia di uomini che non hanno mai deposto le armi e di ragazzi che vogliono far fiorire le loro aspirazioni su questo affilato spigolo che è già un mito delle sfide.

Andrea Sarchi

Componenti spedizione

Il team. Da sx in alto: Bruno Mottini, Andrea Sarchi ed Ermanno Salvaterra. Da sx in basso: Marco Majori e Cesare Ravaschietto.

Il team.
Da sx in alto: Bruno Mottini, Andrea Sarchi ed Ermanno Salvaterra.
Da sx in basso: Marco Majori e Cesare Ravaschietto.

ANDREA SARCHI – CAPO SPEDIZIONE di Temù (BS)

Guida Alpina dal 1980 – Istruttore dal 1984.

Intensa attività sulle Alpi e spedizioni in tutto il mondo. 1984 I° Baghirati II. 1985 I° Salita Invernale Cerro Torre. 1992 Pilastro Punta Herron I° Salita. 1995 Nuova via sulla parete nord del Fitz Roy. 1987-2001 El Capitan Via Nose e Salathé 

CESARE RAVASCHIETTO di Cuneo (CN)

Guida Alpina dal 1990, Istruttore dal 1997

1994 Alaska Massiccio Saint Elias – Traversata con sci e pulke. 1996 Patagonia – Aguja Bifida parete ovest: 2 vie nuove (Hielo e Fuego, Su Patagonia). 1999 Groenlandia – Tupilak Pulke + roccia 3 vie nuove. 2001 Cervino parete nord “Free Tibet” – prima salita. 2002 Cervino Picco Munzio parete sud “Padre Pio” – prima salita. 1984, 2001, 2010 El Capitan: Nose, Salathé, North America Wall. Circa 50 vie nuove in Alpi Marittime e Cozie

ERMANNO SALVATERRA di Pinzolo (TN)

Guida Alpina dal 1985 – Istruttore dal 1989

Attività su tutte le Alpi. 26 spedizioni alpinistiche in Patagonia. Cerro Torre I° Invernale. Cerro Torre: Parete Sud. Fitz Roy: Supercanaleta. Fitz Roy: via Franco-Argentina. Cerro Torre: El Arca de Los Vientos. Cerro Torre: Parete Est.

MARCO MAJORI di Bormio (SO)

Guida Alpina dal 2010 – Maestro di Sci – Campione Italiano di corsa campestre e di corsa in montagna – Argento ai mondiali di sci alpinismo.

Membro della Sezione Militare d’Alta Montagna (SMAM). www.sportmilitarealpino.it

Ben Nevis vie fino all’M7/6. Nuove vie in Val Masino e nel gruppo del Bianco. Monte Bianco: Pilone Centale. Tour des Jorasses: Etoile Filantes. Gran Capucin: Vojage selon Gulliver. Trident du Tacul: Les Intouchables. Marmolada: Tempi Moderni.

BRUNO MOTTINI di Livigno (SO)

Guida Alpina dal 2010 – Campione Europeo di sci alpinismo e Bronzo ai mondiali.

Eiger: Parete Nord. Badile: Via degli Inglesi. Torre Trieste: via Cassin. Mont Blanc du Tacul: Supercouloir. Gran Zebrù: Parete Nord.

Tentativi allo sperone nord del Latok I

Giugno-Luglio 1978

Gli americani Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe tentano la lunghissima cresta nord, impiegando 26 giorni in capsula-style. Raggiungono il punto più alto finora raggiunto a circa 7000 m.

Giugno-Luglio 1979

Un team giapponese guidato da Naoki Takada compie la prima (e finora unica) salita del Latok I attraverso la parete sud. Dopo un lungo assedio e con l’impiego di molte corde fisse e tre campi a sinistra del canalone tra Latok I e III, sei alpinisti raggiungono la cima.

Luglio 1982

I britannici Martin Boysen, Choe Brooks, Rab Carrington e John Yates tentano la cresta nord due volte, la seconda fino ad un punto a circa 5.800 m.

Luglio 1986

I norvegesi Olav Basen, Fred Husøy, Magnar Osnes e Oyvind Vlada tentano la cresta nord, fissando almeno 600 metri di corde fisse e di raggiungendo i 6.400 m. dopo 18 giorni di scalata. Passano altri 10 giorni tra bufera e neve pesante prima di arrendersi.

Luglio-Agosto 1987

I francesi Roger Laot, Remy Martin e Laurent Terray installano corde fisse sui primi 600 metri della cresta nord. Per una forte nevicata tornano indietro da un’altezza di circa 6.000 m.

Giugno, 1990

I britannici Sandy Allan, Rick Allen, Doug Scott e Simon Yates e l’austriaco Robert Schauer compiono una serie di ascensioni nella zona ma non tentano quello che è il loro obiettivo primario a causa di condizioni difficili e pericolose e per la molta neve sulla cresta nord del Latok I.

Luglio-Agosto 1992

Jeff Lowe e Catherine Destivelle tentano la cresta nord, incontrando enormi funghi di neve sul percorso.

Carol McDermott (Nuova Zelanda) e Andy McFarland, Andy MacNae e Dave Wills (Gran Bretagna) raggiungono circa i 5900 m. sulla cresta durante due tentativi nella stessa spedizione.

Luglio-Agosto 1993

Gli americani Julie Brugger, Andy DeKlerk, Colin Grissom e Kitty Calhoun tentano la cresta nord, rinunciando a circa 5.500 m. a causa del brutto tempo.

Agosto-settembre 1994

Gli alpinisti britannici Brendan Murphy e Wills Dave tentano la cresta nord raggiungendo i 5600 m. al loro secondo tentativo.

Luglio-Agosto 1996

Murphy e Wills ritornano sulla cresta nord, raggiungendo circa 6100 m. prima del ritiro a causa della perdita di uno zaino. Due tentativi successivi sono ostacolati a 5900 m. dal cattivo tempo.

Agosto 1997/1998

Gli americani John Bouchard e Mark Richey tentano la cresta per tre volte, l’ultima con Tom Nonis e Barry Rugo, raggiungendo il punto più alto a 6100 m. A differenza delle precedenti spedizioni, riscontrano temperature elevate e condizioni di asciutto che portano alla caduta di rocce dalla parte alta della parete. Seguendo un pilastro di roccia dal fondo della parete, trovano una linea superba con difficoltà fino a 5.10. Torneranno l’anno successivo sulla North Ridge per un altro infruttuoso tentativo a causa del maltempo.

Agosto 2001

Wojciech Kurtyka (Polonia) e Yasushi e Taeko Yamanoi (Giappone) hanno un permesso per la cresta nord ma non riescono ad attaccare a causa di avverse condizioni meteorologiche. Stein Gravdal, Halvor Hagen, Ole Haltvik e Trym Saeland (Norvegia) raggiungono circa 6.250 m. dopo 15 giorni sulla via.

2004/2005/2006

I fratelli Benegas (Argentina) tentano la cresta nord per tre anni di fila. I primi due anni avversati dal cattivo tempo nonostante le ottime condizioni della montagna. Nell’agosto del 2006 una forte tempesta li ferma a circa 5500 m.

Agosto 2006

Maxime Turgeon e Louis-Philippe Menard (Canada) tentano la futuristica parete nord, ritirandosi da 5.300 m. a causa del gran caldo e delle condizioni estremamente pericolose della parete. Rivolgono quindi la loro attenzione sulla cresta nord ma si ritirano per la troppa neve fresca.

Luglio 2008

Gli americani Wharton e Bowers, tentano la cresta ma sono avversati dal maltempo. Due soli giorni di bel tempo non permettono che il raggiungimento di 5500 m. di quota prima del ritiro.

Luglio 2009

Josh Wharton, Colin Haley e Dylan Johnson sono respinti dalla cresta nord del Latok I, dopo aver bivaccato a quota 5830 metri.

Sponsor materiali

Montura, Scarpa, Ferrino, Kong ed Enervit.

Sarà il primo team italiano sulla parete nord e sulla montagna.

Al termine della spedizione verrà creato un filmato ed una presentazione fotografica che proietteremo nelle serate e che metteremo a disposizione agli sponsor come riconoscenza del loro supporto.

Verrà raccontata non solo un’ avventura estrema, ma una storia di uomini di diverse generazioni che attraverso il grande valore degli stati d’animo, alla base di una sfida di tale difficoltà, vorrebbero rilanciare il fascino dell’alpinismo tra le nuove leve italiane.

I marchi saranno sempre ben visibili ed immersi in contesti spettacolari ed insoliti.