LA “MIA” PATAGONIA

 12 Novembre – 25 Dicembre 2013

E’ da quando ho ricordo della mia passione per la montagna che sogno le dritte guglie granitiche della Patagonia.

Natura fiabesca, selvaggia ed ostile. A tratti dura palestra per un fisico quasi sempre in difetto ed a tratti magnifico ristoro per un’anima molte volte troppo sorda. Questa è la Patagonia!

Terra agli antipodi e degli opposti. Dove enormi ghiacciai e grandi laghi confinano con immense distese pseudo desertiche. Dove lunghi periodi di tempo pessimo si alternano a giornate magnifiche con cielo color zaffiro e senza un filo di vento. Dove neanche la più facile delle vie normali è scontata, ma dove ogni passo verso l’alto ti riempie di emozioni e sopratutto di motivazioni.

La proposta di andare in Patagonia arriva in estate, dall’amico e collega Marco Farina, Guida Alpina ed Alpinista dell’Esercito. Seguo l’istinto, mi sento libero, non faccio domande, rispondo solo di sì. Non m’interessa l’obbiettivo, ne tanto meno il risultato, voglio solo andare a scalare, anche solo un sasso mi potrebbe bastare. Ed infatti è così. Scopo del viaggio: scalare tutto lo scalabile!

Dopo qualche mese giunge la data della partenza e noi partiamo. Ovviamente gasati, come due bimbi al loro primo giro di giostra!

Prendiamo 3 aerei ed 1 bus e dopo circa un giorno di viaggio giungiamo ad El Chalten, nell’estremo sud dell’Argentina, capitale del trekking e dell’alpinismo con la A maiuscola.

La vista da El Chalten da sx: Adela, Torre, Egger, Erron, St. Exupéry, St. Raphael, Poincenot, Fitz Roy, Val Bios, Mermoz e Guillaumet.

La vista da El Chalten da sx: Adela, Torre, Egger, Herron, St. Exupéry, St. Raphael, Poincenot, Fitz Roy, Val Bios, Mermoz e Guillaumet.

Il primo giorno è una giornata spettacolare, di quelle da incorniciare, ma purtroppo non siamo ancora pronti. Ci prepariamo per il giorno seguente, ma da neofiti pecchiamo un po’ troppo d’ottimismo; infatti il tempo è brutto. Ironia della sorte passiamo la prima settimana in paese, a prendere dimestichezza con la lettura delle carte e dei grafici meteorologici. Non importa! Senza grossi cedimenti psicologici, attendiamo il momento giusto, che finalmente arriva il 20 Novembre; giorno in cui riusciamo a completare la nostra prima ascensione in Patagonia.

Partiamo alla volta della Aguja Guillaumet (2580 m) senza aver ancora ben chiara la strategia logistica da seguire. Lasciamo El Chalten alle ore 08:18 con un bus di linea che ci scarica al ponte sul Rio Electrico alle ore 9:00. Iniziamo la marcia ed in 1 ora e mezza siamo a Piedra del Fraile, dove decidiamo di lasciare tutto il materiale da bivacco ed il cibo per tentare la salita leggeri e veloci. Non conoscendo la salita ci prendiamo qualche rischio, ma così facendo, sfruttiamo al massimo la breve finestra di bel tempo che ci è concessa (circa 12 ore).

Dopo 7 ore e 13 minuti dal ponte siamo in cima!

Saliamo per la classica goulotte di ghiaccio Amy-Vidailhe (200 m, 5) slegati e terminiamo la salita per la via di roccia Brenner-Moschioni (300 m, 6b).

La prima “Cumbre” della Patagonia ci esalta come se fosse la prima cima della vita!

Aguja Guillaumet 2580 m.

Aguja Guillaumet 2580 m.

Dopo le foto di rito, scendiamo, lasciando tutto il materiale a Piedra del Fraile per le future ascensioni. Alle 21:30 siamo di nuovo al ponte sul Rio Electrico, per poi raggiungere la vicina Hosteria del Pilar dove chiamiamo un taxi, che ci riporta in paese. Alle 22:15 siamo al ristorante con un buon bife ed una cerveza Quilmes… E mentre assaporiamo la carne, controlliamo il meteo… Continuando a sognare come due bambini.

Il 29 Novembre ripartiamo, sfruttando un’improbabile finestra di bel tempo. Obbiettivo: Aguja Poincenot (3002 m), one push da El Chalten.

Sfortunatamente il forte rialzo delle temperature ha reso instabile e non portante la molta neve presente, determinando così una progressione molto più lenta del previsto e compromettendo la nostra strategia di salita. Rinunciamo, ahimè, poco prima del Paso Superior. Dopo 13 ore di fatiche, siamo ancora al punto di partenza.

Siamo stanchi e scoraggiati, ma ci consoliamo volgendo lo sguardo fuori dalle finestre della Cabanas, verso la cima del Fitz Roy, fumante di fascino. Un’attrazione primordiale ci cattura, confermandoci che la speranza non muore mai!

In paese incontriamo un amico del nostro collega Peter Moser. Si chiama Diego Toigo ed è alla ricerca di qualcuno per scalare e così lo ingaggiamo come terzo. Il 4 Dicembre partiamo alla volta dell’ Aguja Mermoz (2730 m). Tentano con noi la montagna anche 2 amici: la Guida Alpina di Cervinia Roberto Rossi con il “motorone” di Pisa Mario Josè Marescalchi.

Seguiamo ormai l’arcinoto percorso: Rio Electrico – Piedra del Fraile – Piedra Negra, quì piazziamo la tenda e passiamo la notte. Il giorno dopo fa freddo ed il cielo è nuvoloso, però il vento sembra dare tregua ed allora alle ore 5:00 iniziamo l’avvicinamento. Alle 7:15 attacchiamo la via Argentina sulla parete nord-ovest. Le nostre ambizioni sono quelle di scalare su roccia, ma la Patagonia ci sorprende, offrendoci delle condizioni che la fanno assomigliare più a quelle di una goulotte di ghiaccio. Molti tiri li saliamo con piccozze e ramponi il resto con gli scarponi. Per tutta la salita le scarpette rimangono tranquille nello zaino… Che beffa!

Più lenti del previsto, alle 17:15 siamo in vetta e alle 21:00, dopo una ventina di doppie da brivido, siamo finalmente alla base. Ritorniamo alla nostra tenda di Piedra Negra dove passiamo la notte ed il giorno dopo torniamo alle comodità di El Chalten.

Aguja Mermoz 2730 m.

Purtroppo le finestre di bel tempo sono molto corte e non ci permettono di salire le cime principali. Essendo però a metà viaggio ci rincuoriamo. La Patagonia ci motiva come niente prima d’ora.

L’ 8 Dicembre ritentiamo l’Aguja Poincenot, questa volta con più calma e con una strategia più ponderata.

Iniziamo il lungo trekking dall’Hosteria del Pilar e passando per Rio Blanco e per la Laguna de Los Tres raggiungiamo il Paso Superior. L’avvicinamento si rivela un calvario a causa della molta neve non portante presente, ma questa volta teniamo duro e non ci arrendiamo. Al Paso Superior piazziamo la tenda e passiamo la notte. Il giorno dopo fa parecchio freddo ed il meteo non è molto stabile. Abbiamo poche ore di tempo decente e le sfruttiamo al massimo.

Partiamo alle ore 4:00 e trovando la parete in buone condizioni, alle 09:40 siamo in cima, seguendo la via Whillans-Cochrane (550 m, M4, 5+) sulla parete nord-est. In cima il vento inizia a far paura, siamo veloci nella discesa e alle 14:00 siamo alla tenda. Smontiamo tutto e scendiamo, facendo molta attenzione alle colate spontanee di neve marcia. Alla Laguna de Los Tres inizia a piovere… Appena in tempo!

Ritorniamo ad El Chalten e ci mangiamo la meritata e tanto sognata pizza della Chocolateria, stracolma di formaggio, burro ed aglio… Una bomba!

Aguja Poincenot 3002 m.

Aguja Poincenot 3002 m.

Il Fitz Roy (3405 m) ci attrae dal primo giorno come un potente magnete. Dopo quasi 40 giorni abbiamo imparato che bisogna attendere il momento giusto. Il quale si fa aspettare fino alla fine, o forse, non è mai propriamente arrivato… Non si parla mai di giorni di tempo buono, ma al massimo di ore; e per una montagna così non basta accontentarsi che ci sia poco vento.

Tentiamo già il 24 Novembre, dalla via più fattibile in queste condizioni pseudo invernali: la “Supercanaleta” (1600 m, 80°, V+). Capolavoro del 1965 della cordata argentina Comesana-Fonrouge. Saliamo i primi 1000 m, ma rinunciamo a causa del grande freddo (-27° C) e delle condizioni poco ideali della via. Pensiamo così di salire il Fitz in un futuro più caldo, da una via possibilmente di roccia…

Il versante Nord del Fitz Roy. Sullo sfondo il cerro Torre.

Il versante Nord del Fitz Roy. Sullo sfondo il Cerro Torre.

Però la Patagonia, anche detta “Putagonia” dai locals, è peggio di una bella donna. Non basta corteggiarla a lungo, bisogna entrare letteralmente nelle sue grazie, per poter riuscire nei propri intenti.

Da queste parti la chiamano “Suerte”. Tutti la traducono in sorte o fortuna. Io personalmente le attribuirei un significato più profondo, più divino, la tradurrei in Provvidenza, forse…

Ecco che allora, in “sintonia con la Suerte” siamo di nuovo all’attacco della Canaleta, dopo aver atteso un caldo che, purtroppo, non è mai arrivato. Le condizioni della via non sono delle migliori, infatti la parte alta è tutta impiastrata di ghiaccio. Siamo però sicuri di avere il meteo dalla nostra e così il 18 Dicembre alle ore 2:00 attacchiamo.

Con noi anche Diego, già compagno di avventure sulla Mermoz e la cordata composta dal mitico Marcello Cominetti e da Francesco Salvaterra (reduce di un tentativo sulla via dei Ragni al Cerro Torre e della nuova via non ancora conclusa sulla parete ovest della Torre Egger).

Saliamo veloci i primi 1000 m ed alle ore 5:00 siamo all’inizio delle difficoltà. Il meteo gira improvvisamente. Le stelle lasciano improvvisamente spazio ad un cielo grigio e ad un vento incessante e molto fastidioso. A tratti mi sembra di essere tornato in Scozia, con l’aggravante di temperature ben più basse. Le previsioni, ahimè, questa volta son state fin troppo ottimistiche, per non dire completamente sbagliate. Teniamo duro…

La parte alta della via, che normalmente si sale gran parte con le scarpette da roccia, non ci permette manco di togliere i ramponi. Figuriamoci le picche, il piumino ed i guanti pesanti. Scaliamo sempre su tiri di misto per niente banali, nel mezzo di una bufera frustrante, che a tratti si prende gioco di noi, lasciandoci intravedere l’azzurro del cielo.

Francesco non si risparmia nell’affermare: “In queste condizioni è ben più dura della Ragni, a parte l’ultimo tiro, sempre che il buco non sia già stato scavato!” Un’affermazione che riesce a strapparmi un sorriso.

I tempi e le preoccupazioni si dilatano esponenzialmente; la scalata diventa sopravvivenza e non più piacere. Sono le 19:00 e finalmente arriviamo all’intaglio da dove parte una linea di calate dirette. Il vento mi terrorizza e mi fa tornare in mente il povero Frank, incontrato 600 m più in basso, che giace dal 2002 imprigionato nel ghiaccio.

Ci guardiamo negli occhi, l’espressione è chiara, rassegnata, solcata da nuove rughe. Non proferiamo verbo. La cima è lì, a poco più di mezz’ora slegati. Passa un tempo cortissimo, che sembra infinito. Marco monta la daisy e questo mi fa capire tutto… D’improvviso ritorno sulla terra ferma, di fronte alla magra realtà. Siamo di molto fuori tempo massimo, non conosciamo la discesa ed il vento sembra volerci castigare per qualcosa di grave. Scendiamo a favore della sicurezza.

La montagna fumante non ci concede il nulla osta. Inizio le calate con un sottile dispiacere, che presto si tramuta in soddisfazione pura per aver terminato una grande via. La Supercanaleta è fatta, la “Cumbre” sarà il pretesto per ritornare in questo luogo magico. Le infinite doppie, molte delle quali con le soste da rinforzare, ci richiedono 6 ore e dopo 23 ore no stop siamo in tenda.

Il giorno dopo, come la tradizione vuole, il cielo è terso e non tira una bava di vento. Non abbiamo neanche la forza per arrabbiarci, ma forse non lo facciamo perché siamo semplicemente felici.

Una frase del mio passato continua ad infiltrarsi nei miei pensieri ed a farmi star bene per tutto il cammino di rientro: “Talvolta i desideri si realizzano quando meno te lo aspetti… Talvolta invece sei costretto a lasciar perdere… Comunque vada, ne è sempre valsa la pena”.

Magie di luce sul gruppo del Fitz Roy

Magie di luce sul gruppo del Fitz Roy

NdA: Durante la discesa dalla Canaleta veniamo a conoscenza di un incidente successo a due alpiniste svizzere, che avevamo superato all’attacco della via il giorno prima. Le due, legate in conserva, sono scivolate per 300 m lungo il canale ghiacciato. Il Club Andino di El Chalten ha organizzato una squadra di soccorso formata da 35 soccorritori, i quali hanno portato a termine l’operazione. Riportando le due, con fratture ovunque, ma fuori pericolo di vita, a spalla fino a Piedra del Fraile. Eroici!

E’ giunta l’ora di tornare a casa per passare il Natale con i nostri cari. Gli ultimi 3 giorni in paese li utilizziamo per salutare le nostre nuove conoscenze e per preparare i bagagli. Chiediamo un passaggio a Babbo Natale e alle 2 di notte del 25 Dicembre siamo a casa, come fossimo un bel pacco regalo.

Ho cercato di raccontare questa esperienza limitandomi quasi esclusivamente ai meri fatti e cercando di non dilungarmi negli stati d’animo, ma quanto ci sarebbe da scrivere, quanti pensieri riaffiorano scrivendo queste righe. Ripensando a questo viaggio il cuore si riempie e l’animo si alleggerisce.

Una fonte di adolescenza. Questa è stata la mia prima volta in Patagonia.

Questa è stata la “MIA” Patagonia! 

Alpinista SMAM-Guida Alpina

 Marco Majori

Soundtracks:

  • Sirens – Pearl Jam
  • A Simple Mistake – Anathema

 Ringrazio:

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