Introduzione di MARCO VITALE alla serata di Bormio

DAL CERVINO AL CERRO TORRE

Viaggio per montagne presentato dalle Guide Alpine: Marco Farina, Marco Majori e Francois Cazzanelli, atleti della Sezione Militare d’Alta Montagna di Courmayeur.

Bormio, 8 Agosto 2015

Locandina serata Bormio

Sono onorato e felice di presentare questa serata, che si prospetta di eccezionale interesse. Non ho visto le immagini che le giovani Guide ci presenteranno ed illustreranno. Ma azzardo, senza timore, questa previsione per due motivi. Il primo è che ho esaminato il curriculum professionale dei tre giovani, che è testimonianza di grandi capacità alpinistiche ed umane e di grande impegno. E, quindi, il loro lavoro e la loro presentazione sarà coerente con le loro qualità.

Il secondo è che il ponte ideale che essi tracciano tra Cervino e Cerro Torre è straordinariamente logico e felice. Vedremo infatti immagini e sentiremo storie delle due più belle montagne dei due emisferi. Qualcuno mi ricorderà che c’è anche il K2. Io sono stato vicino, al campo base, di tutte e tre e, a mio giudizio, Cerro Torre e Cervino sono le più belle, ma non ho difficoltà a completare con il K2 la triede delle 3 più belle montagne del mondo. E mi piace ricordare che su due di queste tre (K2 e Cerro Torre sventola la bandiera italiana) e che sulla terza (Cervino) sventola la bandiera inglese del giovanissimo Whymper (nel 1865, 25 anni), certamente fantasioso, coraggioso ed ambizioso, solo perché questi ebbe l’intelligenza di ingaggiare la guida valdostana Jean Antoine Carrel (nel 1865 aveva 36 anni), del quale Messner dice: “Carrel si comportò da grande Guida e da grande alpinista. Carrel all’epoca era il migliore. In questa storia è lui il mio eroe.” (1)

Tutto ciò testimonia la grande tradizione alpinistica italiana, nel solco della quale si propongono i tre giovani alpinisti che ci guideranno nell’affascinante viaggio dal Cervino al Cerro Torre.

Li nomino in rigoroso ordine di età:

– Marco Farina di Aosta, classe 1983, 32 anni;

– Marco Majori di Bormio, classe 1984, 31 anni;

– Francois Cazzanelli di Cervinia, classe 1990, 25 anni.

Tutti e tre hanno un curriculum alpinistico molto ricco ma, ai fini della nostra serata, voglio solo sottolineare che sono stati in vetta al Cerro Torre in Patagonia, ripercorrendo la via dei Ragni di Lecco, primi a conquistare la vetta nel 1974 e sono saliti sul Cervino, realizzando la prima ripetizione italiana della via Gogna Cerutti sulla parete nord.

Li unisce non solo l’amore per la montagna, non solo il nobile titolo di Guida Alpina (cioè di professionista della montagna), ma anche il fatto di essere tutti e tre “atleti della sezione militare d’alta montagna” di Courmayeur. E permettetemi di esprimere un grande plauso ed un grande ringraziamento all’Esercito, che tiene viva questa scuola di alto livello, all’insegna della grande tradizione alpinistica militare, attraverso la quale le eccellenze, come quelle che questa sera apprezzeremo, trasferiscono nel corpo dell’Esercito: competenze, tecniche, stimoli, impegno, coraggio, esempio.

In questa fase storica nella quale la classe, impropriamente chiamata classe dirigente, sembra impegnata ad umiliare se non a distruggere tutte le tradizioni di qualità di lavoro e di coraggio che hanno fatto grande il nostro Paese, ogni trincea dove queste tradizioni vengono difese merita riconoscenza.

Si dice che furono gli inglesi ad inventare l’alpinismo. E certamente il loro apporto è stato determinante da quando nel Dicembre 1857 fondarono a Londra il primo “Alpin Club”. (2)

Ma pochi sanno che nel 1821 Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, istituì a Chamonix una speciale corporazione, la compagnia delle Guide di Chamonix “aperta soltanto a coloro che possedevano le capacità, le conoscenze tecniche e le doti umane indispensabili per farsi carico della vita degli altri”. (3)

Mi sono soffermato sul CAI perché mi fa piacere vedere che questa serata è presentata dai CAI di Valdidentro, Bormio e Valfurva e la soddisfazione è doppia nel vedere i tre CAI dell’Alta Valle operare insieme. Li ringrazio per la loro presenza insieme agli sponsor ed, in primo luogo, la Banca Popolare di Sondrio che non è mai assente quando si tratta di sostenere qualcosa di intelligente ed utile per la Valtellina.

Dal Cervino, la Grande Becca, secondo il suo soprannome più noto, sappiamo tutto, perchè è la montagna più studiata e fotografata del mondo da sempre (è con la scalata del Cervino che è iniziato l’alpinismo vero, a detta di Messner), ma anche perché quest’anno ricorre il 150° della prima salita (14 Luglio 1865) e con l’occasione tutta la stampa, anche quella non specializzata, ha dedicato grandi pagine all’evento. (4)

Del Cerro Torre in Patagonia sappiamo un po’ meno, ma è noto che si tratta, non solo di una bellissima montagna, ma anche di una delle più dure ed ostiche, tanto che fu espugnata solo 1974 da una squadra dei Ragni di Lecco, guidata da Casimiro Ferrari. E basta leggere come lo illustra lo stesso Casimiro (5):

Si tratta effettivamente di una montagna unica nel suo genere: una montagna terribile, perché la roccia è ricoperta di ghiaccio, ma un ghiaccio insicuro e non si sa quali chiodi usare e dove piantarli; la roccia viva non affiora quasi mai e allora devi cercare dove c’è più ghiaccio per fare che i chiodi affondino bene e diano sicurezza; il vento del Pacifico che batte dal versante Ovest anche a 200 km/h è falso e traditore: certe bufere portano in alto un’umidità che condensa e si trasforma in ghiaccio spugnoso, non consistente, in un giorno solo questa sorta di ghiaccio può crescere di uno spessore di 10 cm: le corde fisse da 8 mm possono diventare grossi festoni irreali”.

O ricordare quello che di essa disse un alpinista del calibro di Bruno Detassis che guidava una spedizione trentina, nel 1957, diretta a conquistare il Cerro Torre. Dopo vani tentativi Detassis decise di rinunciare e ad alcuni alpinisti di valore della spedizione che volevano proseguire anche da soli (Maestri, Eccher e Fava), disse: “Il Torre è una montagna impossibile e io non voglio mettere a repentaglio la vita di nessuno. Pertanto nella mia qualità di capo spedizione vi proibisco di attaccarla”.

Il Torre aveva già respinto alpinisti del calibro di Bonatti, Mauri, Maestri, Egger. Lo stesso Ferrari con una spedizione Città di Lecco, finanziata dal CAI Belledo, nel 1970. Fu proprio Casimiro Ferrari con Daniele Chiappa, Mario Conti e Pino Negri a raggiungere la vetta alle 17:45 del 13 Gennaio 1974. Lasciarono sulla vetta un pupazzo di ghiaccio con indosso un maglione rosso dei Ragni di Lecco, una piccozza e i gagliardetti della bandiera italiana e del CAI dei Ragni Lecco.

Fu il momento culminante di una spedizione magistralmente organizzata e diretta, frutto collettivo di uno squadrone di 12 Ragni di Lecco, voluta dalla sezione CAI di Lecco, per festeggiare il centenario di fondazione. E’ presente in sala questa sera un membro della spedizione, Giuseppe Lafranconi, di Livigno.

I nostri giovani valorosi hanno ripercorso la durissima via dei Ragni sulla parete Ovest del Cerro Torre.

Molti anni dopo io e Giuseppe Lafranconi siamo stati ai piedi del Cerro Torre e del suo fratello Fitz Roy (dove Casarotto ha fatto cose importanti). Anche dal basso appare terribile ed anche lì soffiava, sia pure molto attenuato, quel terribile vento, che è il nemico peggiore degli alpinisti che si cimentano sul Cerro Torre, e che fa dire agli uomini della Pampas che sul Cerro c’è una grande bocca nera dalla quale soffia tutta l’aria del mondo. Alla sera, nell’osteria di El Chalten, il villaggio nato dalle spedizioni, incontrammo per caso Casimiro Ferrari e fummo ospiti nella sua “Estancia”. Era rimasto talmente stregato dal Cerro che aveva comperato una piccola “Estancia” dove ormai passava la maggior parte del suo tempo a rimirare la sua montagna ed allevare pecore ed a costruire un piccolo alberghetto-rifugio per i viandanti.

Prima di passare al filmato centrale della serata, un piccolo intermezzo sulla Bolivia. I nostri giovani sono da poco ritornati dalla Bolivia, dove hanno aperto una nuova impegnativa via sulla parete Sud (una parete di 1500 metri) dell’Illimani, l’imponente cima della Cordillera Real che, con i suoi 6540 m, domina La Paz.

Anche io, nel 1978, sono stato sulla Cordillera Real a zonzo per 40 giorni insieme a Cosimo Zappelli, alpinista importante, secondo di Bonatti in parecchie ascensioni di grande livello (tra le quali la prima invernale della Cassin sullo sperone Walker delle Grandes Jorasses), presidente delle Guide di Courmayeur, scrittore di bei libri di montagna (6) e di soccorso alpino, nel quale era un vero specialista, scomparso prematuramente a 56 anni per una frana sulle sue montagne del Bianco, nel Settembre 1990; ed insieme a Giuseppe Lafranconi, Franco Gugiatti di Sondrio, Kiki Marmoni di Milano e Don Angelo Gelmi, sacerdote bergamasco a La Paz, fortissimo andinista, che diventerà vescovo a Cochabamba e che ritroverò trent’anni dopo al Pirovano al Passo dello Stelvio. La nostra non era una vera e propria spedizione professionale, ma una gita tra amici (7). Per Cosimo era una vacanza e molto mi colpì osservare la gioia e l’allegria con la quale, lui che era sempre in montagna per ragioni professionali, dedicava le sue vacanze ad andare in montagna con degli amici.

Era già stato sulla Cordillera Real alla quale aveva dedicato anche un libro (8), ma la sua curiosità di conoscere cose, persone, culture e non solo montagne era inesauribile e contagiosa.

Nel giorno dell’arrivo, scesi dall’aeroporto di El Alto (4000 m) a La Paz, entrando nell’albergo incontrammo un amico di Cosimo, un toscanaccio come lui. Saluti ed abbracci e poi l’inevitabile domanda: “Cosa fai qui?”.

La risposta del toscano fu: “Sono arrivato la settimana scorsa, sono salito sull’Illimani, oggi sono sceso e domani volo via perché io non voglio aver nulla a che fare con questi peones”.

Avevo davanti a me, incarnati, due modi di intendere la montagna. Il primo, del toscano, era di intendere la montagna come pura ascensione, come puro gesto tecnico-sportivo. Il gesto secondo, quello di Cosimo, era quello di intendere la montagna come cultura, come forma di amore per la natura e per l’umanità, come ponte ed unione tra gli uomini di montagna di tutto il mondo (9), e per far capire che la montagna è aperta a tutti, ognuno secondo i propri limiti e le proprie possibilità.

E che a tutti la montagna può donare momenti bellissimi e formativi, sia a chi raggiunge la cima che a chi si ferma alla base della stessa.

Io spero, anzi sono certo che le nostre giovani Guide si ispirino più che al modo di intendere la montagna dell’interlocutore toscano, a quello di Cosimo, che è anche il modo di intendere la montagna di tutti i grandi alpinisti, come Cassin, Bonatti, Messner e molti altri.

NOTE:

(1) E’ toccante come Messner ricorda la morte di Carrel nel 1890 a 61 anni: “Sì, certo. Sale sul Cervino per se stesso, non per la Patria. Per quella ha combattuto da bersagliere. Lui vive di montagna, è un contadino perfino un po’ anarchico, un cacciatore. Sa come è morto? Dimostrando ancora una volta che cosa significa essere una Guida, avere cioè la responsabilità per sé e per i clienti. Stroncato dalla fatica sul Cervino. Quanto accadde ha dell’incredibile. Carrel aveva 61 anni e nell’Agosto del 1890 è sul Cervino con un cliente, il giovane musicista Leone Sinigaglia ed il portatore Carlo Gorret. Vengono colti da una bufera. Dopo 17 ore di discesa in mezzo ai fulmini si scaldano alla capanna bruciando mobili. Nessuna schiarita e allora Carrel decide di scendere. Lui, ultimo di cordata come deve essere, guida Gorret nella nebbia. Sinigaglia è tra loro. E quando Gorret gli grida “siamo in salvo” lui si siede e si abbandona all’ultimo respiro”.

(2) Il Club Alpino italiano nacque sei anni dopo, nel 1863 a Torino, su iniziativa soprattutto del biellese Quintino Sella (allora trentacinquenne ministro delle finanze del governo Rattazzi). Quintino Sella, ricordato nelle memorie collettive come il ministro del rigore finanziario, non ha mai confuso rigore finanziario e desvilluppo. Per questo la sua opera fu determinante per la creazione del CAI, la rifondazione dell’Accademia dei Lincei, la costituzione dei Politecnici di Torino e Milano e per la prima ondata di grandi investimenti strutturali che favorivano il decollo industriale italiano.

Sella vedeva nello sviluppo del CAI e della cultura alpina un formidabile fattore di sviluppo civile, scientifico ed economico.

(3) Mi sembra una perfetta definizione di Guida Alpina.

(4) Tra i libri scritti per l’occasione ho molto apprezzato quello di Messner: “Cervino il più nobile scoglio” (Corbaccio ed., 252 pag., 16,90 Euro) che racconta le imprese di Whymper e Carrel.

(5) Casimiro Ferrari, “Cerro Torre parete Ovest” (Dall’ Oglio ed., 1975).

(6) Dei quali mi piace ricordare: “Guida non è solo un mestiere” (1977).

(7) Che non ci impedì di fare la prima mondiale (15/07/1978) dello spigolo Est-Sud Est dell’Ancouma 6480 m; e la prima mondiale sulla cresta Ovest del Chearoco 6180 m.

(8) “Sulle montagne degli Incas”, Musumeci ed. (1978).

(9) Nel suo libro sulle montagne degli Incas, all’invito a guidare una spedizione extraeuropea rispose con queste parole: “Non aspettavo altro e non ebbi esitazioni in proposito, suggerendo agli organizzatori di andare a scoprire le Ande boliviane. Ero spinto si da molteplici considerazioni a visitare quei luoghi, ma più di tutto desideravo conoscere quel paese e le sue genti”.

SCACCO AL TORRE

Cerro Torre Parete Ovest

“Non dovremmo negare che l’essere nomadi ci ha sempre riempiti di gioia… E la strada ha sempre portato ad Ovest.” W. Stegner

Gruppo del Torre, da sx: Mocho, Torre, Egger, Herron, Standhart e Bifida

Gruppo del Torre.
Da sx: Adela, Mocho, Torre, Egger, Herron, Standhart e Bifida

Dicono che la calma sia la virtù dei forti. Ebbene questo viaggio ne è stato la dimostrazione. Il Cerro Torre, la montagna più affascinante della terra, si concede solamente nei nostri ultimi 4 giorni a disposizione.

Il meteogramma NOAA tanto atteso

Il meteogramma NOAA tanto atteso

Venerdì 12/12 entriamo per l’ennesima volta al Nipo Nino e l’idea è quella di dormire in tenda per poi ripartire il giorno seguente. Passiamo invece la notte collaborando all’operazione di soccorso a due ragazzi di Pescara, scivolati sul ghiacciaio del colle Standhart. (I due se la caveranno con qualche osso rotto).

Verso le 3 di Sabato riusciamo a partire, chiaramente con qualche perplessità in più. Cerchiamo di non pensarci, passiamo il colle Standhart e verso le 12 ci ritroviamo 150 metri sotto il colle della Speranza. La giornata è magnifica, senza vento, senza nuvole e le alte temperature ci inducono a desiderare un mojito con tanto ghiaccio… Ciò basta per farci ritornare la motivazione alle stelle.

La via dei Ragni dal colle della Speranza

La via dei Ragni dal colle della Speranza

Scaviamo una truna e ci riposiamo qualche ora. All’una di Domenica 14/12 attacchiamo. Raggiungiamo veloci l’Elmo e giungiamo alla headwall alle prime luci. La superiamo non banalmente e con un bel dispendio di energie. E poi… Dove andiamo? Delle cattedrali di neve strapiombanti, anche dette funghi, sembrano sbarrarci la via. Scorgiamo un buco sulla sinistra e non proprio convinti ci infiliamo dentro. Cambiamo pianeta per un paio di tiri e superiamo anche questi “funghi”. Il sistema di tubi, mezzi tubi e rigole, che ci permette di raggiungere la base dell’ultimo tiro, ha semplicemente dell’incredibile. Impossibile descriverlo a parole: una scalata del genere è unica al mondo!

Il tubo del secondo fungo

Il tubo del secondo fungo

L'half pipe dell'ultimo tiro

L’half pipe dell’ultimo tiro

Siamo così alla base del temutissimo ultimo tiro, la grande incognita della salita. Una cordata di americani ha già aperto le danze e dopo i primi 10 metri passati a scavare, sfruttano uno stretto half pipe creato dal vento. Ci guardiamo negli occhi, sorridiamo e un’ora dopo, verso le 13:30, siamo in cima!

Cumbre! ...A chi ci ha creduto!

Cumbre! …A chi ci ha creduto!

Nessuno parla, il panorama mozza il fiato. Nessuno ci crede ancora, è un sogno! Rimaniamo in vetta tutto il tempo necessario… Questa è la nostra ricompensa!

Alla fine di un tempo impossibile da misurare, scattiamo le foto di rito e non senza preoccupazione, iniziamo la discesa. Alle 18 siamo nuovamente alla truna. Ce la prendiamo comoda ed ora è proprio il caso di dirlo: E’ fatta! Passiamo la mite notte su di un sasso, con il cielo stellato per tetto, poco sopra il Filo Rosso.

Lunedì alle 5 ripartiamo, per quella che sarà la parte più straziante di tutta l’ascensione. Meta: Piedra del Fraile, passando dal passo Marconi. La traversata dello Hielo Continental è una vera e propria battaglia per la presenza di una discontinua crosta di ghiaccio non portante, che a tratti ci fa sprofondare fino al ginocchio. Dopo 12 ore e circa 45 chilometri di zaino pesante e fatica radente alla disperazione, arriviamo a destinazione sotto una lieve pioggerella. Una specie di battesimo…

Facce da Torre

Facce da Torre

Ad attenderci Remo, che con 3 Coca Cola ed una sincera stretta di mano, spazza via ogni ombra di sconforto.

CERRO TORRE (3102 m) – Parete Ovest – Via dei Ragni

12/15 Dicembre 2014

Marco Majori: “…La miss liceo. La più ambita da tutti. Quella più grande, che non ti considera minimamente! …E poi, un bel giorno, senza capirci più di tanto, ti ritrovi tra le sue braccia!”

Marco Farina: “Non una conquista, semplicemente la realizzazione di un sogno avuto fin da bambino! …Una montagna che ogni alpinista dovrebbe avere nella propria wishlist.”

Francois Cazzanelli: “80 ore di pure emozioni!”

Guida Alpina – Alpinista SMAM

Marco Majori

Thanks to: CS ESERCITO, MONTURA, KONG, WILD CLIMB e SALICE

Soundtracks:

  • Talk is Cheap – Chet Faker
  • Every Breaking Wave – U2

CERVINO 4478 mt. Naso di Zmutt via Gogna Cerruti

Disarmante… Immensa…

“Il più grande strapiombo delle Alpi Occidentali“. Così Patrick Gabarrou definisce il Naso di Zmutt. Una parete misteriosa e austera incassata nell’immensa muraglia del versante Nord del Cervino. Difficile da decifrare, ogni volta che cambia la luce sembra che la sua forma muti ed escano nuovi diedri e tetti. Una sfida completa, severa, dove nulla è scontato in un ambiente tra i più repulsivi che abbiamo mai visto.

I tracciati sul naso. La Gogna-Cerruti è la rossa.

I tracciati sul naso. La Gogna-Cerruti è la rossa.

Tutto comincia con un messaggio su Whatsapp di Marco Majori il 21 settembre sulla chat della SMAM: “Cosa pensate di fare questa settimana?” Dopo qualche battuta e scambio di idee il piano è deciso: andiamo a vedere il Naso di Zmutt. Da lì nelle nostre teste hanno iniziato a girare un sacco di domande: “Sarà pulita la parete? A chi chiediamo? Saremo capaci di uscire? La via sarà in ordine, o sarà crollato qualcosa come spesso accade sul Cervino?” Poche storie, l’unica cosa da fare è partire e andare a vedere. Il 25 settembre ci ritroviamo tutti a casa di François, prepariamo gli zaini, beviamo un caffè e ci muoviamo verso il colle del Breuil. Arrivati al rifugio dell’ Hornli ci aspetta una spiacevole sorpresa: il campo base provvisorio, installato poiché i proprietari del rifugio stanno compiendo delle ristrutturazioni, è chiuso! Iniziamo bene: già un bivacco la prima notte. Non ci scoraggiamo, ci sistemiamo al meglio e alle 4 iniziamo a muoverci. Attacchiamo la prima parte della via al buio: si comincia subito con dei pendii belli dritti che conducono ad una goulotte ripida ma con ghiaccio ottimo. Superato il canale ghiacciato con quattro lunghezze iniziamo ad attraversare verso sinistra per portarci alla base del Naso. Giunti sotto lo strapiombo la vista è impressionante: si ha la sensazione che il tetto in ogni momento possa chiudersi su se stesso inghiottendoci. Il freddo pizzica e i movimenti sono rallentati, Majo fa un movimento sbadato in sosta e perde un guanto.

Faina in grande spolvero

Faina in grande spolvero

Da qui in avanti Marco Farina passa al comando e iniziamo a scalare su roccia, la giornata è lunga e dopo aver superato un diedro in artificiale con le ultime luci del giorno arriviamo alla esile cengia dove Alessandro Gogna e Leo Cerutti bivaccarono per la seconda volta. Ci fermiamo e iniziamo a sistemarci per la notte, assicuriamo una corda dove possiamo appenderci e sistemare il materiale, ripuliamo dalla neve i nostri piccoli scalini, prepariamo da bere e mangiamo. Ci aspettano ore interminabili, ma non c’è vento e una stellata fantastica ci fa compagnia, sulla cengia troviamo un sacco di materiale abbandonato: chiodi, moschettoni e corde; testimonianze indelebili di vecchi tentativi.

Il nostro bivacco in parete.

Il nostro bivacco in parete.

Scorre il tempo e alle 6 di mattino ancora al buio siamo di nuovo in azione, con ordine e calma prepariamo da bere, smantelliamo il bivacco, mangiamo qualcosa e ripartiamo. Marco è di nuovo davanti, si comincia con un muro compatto, solcato solo da una piccolissima fessura che ci costringe ad usare le staffe. Il nostro socio scala veloce e sicuro, Majo ad un certo punto commenta dicendo: “Faina scala come se non ci fosse un domani!” Passano le ore e i tiri si susseguono veloci, anche se non vediamo mai la fine. Ci scambiamo delle battute per fare morale: “Ma se chiamassimo l’elicottero?” Marco: “Piuttosto crepo, ma sull’elicottero non salgo”. Cerchiamo di sdrammatizzare e di affrontare i problemi con lo spirito giusto e così, improvvisamente, ci troviamo al sole, alla base dell’ultimo salto: sono le 17:30, dobbiamo muoverci.

Sperando in bene...

Sperando in bene…

Farina si supera un’altra volta e alle 18:15 arriviamo sul bordo del Naso, ma purtroppo non è ancora il momento di esultare, perché dobbiamo raggiungere con la luce le tracce della cresta di Zmutt. Mettiamo i ramponi e prendiamo in mano le picche, saliamo velocemente su terreno misto e appena accendiamo le frontali troviamo le tracce, da qui però mancano ancora 250 mt di dislivello fino alla vetta e la stanchezza inizia a farsi sentire. La progressione diventa più facile e la concentrazione cala, Majo perde un’ altro guanto che sparisce nel buio della notte, François recupera alla rinfusa le corde e in ben due soste le corde si aggomitolano facendoci perdere minuti preziosi. Dopo qualche cappellata, alle 23 giungiamo in vetta al Cervino. Siamo gasati, ma tuttavia consapevoli di dover mantenere la concentrazione per la lunga discesa notturna che ci aspetta. Beviamo un tè, mangiamo qualcosa e subito dopo iniziamo a scendere lungo la cresta del Leone. Per riposarci dobbiamo arrivare alla capanna Carrel. La notte è perfetta, non fa freddo, non c’è neanche una bava di vento, scendiamo con calma senza prendere rischi e alle 5 mettiamo piede in capanna, giusto il tempo di bere una coca e crolliamo nei letti. Il giorno dopo alle 9 siamo svegliati dal papà di François, Valter, che ci è venuto incontro, rifacciamo gli zaini e scendiamo, per le 13 siamo a casa Cazzanelli a Cervinia, con le gambe sotto il tavolo. Che avventura, siamo euforici e soddisfatti. La nostra è la nona ripetizione assoluta e prima italiana.  Non abbiamo ancora realizzato bene quello che abbiamo fatto, questa salita ci rimarrà per sempre nel cuore, sicuramente è la via più completa e severa che abbiamo mai affrontato fino ad ora. Un viaggio mistico nel cuore de Cervino dove nulla è scontato e banale. Complimenti agli apritori che nel 1969 si sono superati aprendo una via futuristica e complicata che sicuramente ha portato un passo avanti  l’alpinismo dell’epoca.

Summit! Thanks to a Princi

Summit! Thanks to a Princi

Guida Alpina Marco Majori

Con Marco Farina e François Cazzanelli

Il 26 e 27 Settembre 2014

Thanks to: CS ESERCITO, MONTURA, KONG, WILD CLIMB e SALICE

LA “MIA” PATAGONIA

 12 Novembre – 25 Dicembre 2013

E’ da quando ho ricordo della mia passione per la montagna che sogno le dritte guglie granitiche della Patagonia.

Natura fiabesca, selvaggia ed ostile. A tratti dura palestra per un fisico quasi sempre in difetto ed a tratti magnifico ristoro per un’anima molte volte troppo sorda. Questa è la Patagonia!

Terra agli antipodi e degli opposti. Dove enormi ghiacciai e grandi laghi confinano con immense distese pseudo desertiche. Dove lunghi periodi di tempo pessimo si alternano a giornate magnifiche con cielo color zaffiro e senza un filo di vento. Dove neanche la più facile delle vie normali è scontata, ma dove ogni passo verso l’alto ti riempie di emozioni e sopratutto di motivazioni.

La proposta di andare in Patagonia arriva in estate, dall’amico e collega Marco Farina, Guida Alpina ed Alpinista dell’Esercito. Seguo l’istinto, mi sento libero, non faccio domande, rispondo solo di sì. Non m’interessa l’obbiettivo, ne tanto meno il risultato, voglio solo andare a scalare, anche solo un sasso mi potrebbe bastare. Ed infatti è così. Scopo del viaggio: scalare tutto lo scalabile!

Dopo qualche mese giunge la data della partenza e noi partiamo. Ovviamente gasati, come due bimbi al loro primo giro di giostra!

Prendiamo 3 aerei ed 1 bus e dopo circa un giorno di viaggio giungiamo ad El Chalten, nell’estremo sud dell’Argentina, capitale del trekking e dell’alpinismo con la A maiuscola.

La vista da El Chalten da sx: Adela, Torre, Egger, Erron, St. Exupéry, St. Raphael, Poincenot, Fitz Roy, Val Bios, Mermoz e Guillaumet.

La vista da El Chalten da sx: Adela, Torre, Egger, Herron, St. Exupéry, St. Raphael, Poincenot, Fitz Roy, Val Bios, Mermoz e Guillaumet.

Il primo giorno è una giornata spettacolare, di quelle da incorniciare, ma purtroppo non siamo ancora pronti. Ci prepariamo per il giorno seguente, ma da neofiti pecchiamo un po’ troppo d’ottimismo; infatti il tempo è brutto. Ironia della sorte passiamo la prima settimana in paese, a prendere dimestichezza con la lettura delle carte e dei grafici meteorologici. Non importa! Senza grossi cedimenti psicologici, attendiamo il momento giusto, che finalmente arriva il 20 Novembre; giorno in cui riusciamo a completare la nostra prima ascensione in Patagonia.

Partiamo alla volta della Aguja Guillaumet (2580 m) senza aver ancora ben chiara la strategia logistica da seguire. Lasciamo El Chalten alle ore 08:18 con un bus di linea che ci scarica al ponte sul Rio Electrico alle ore 9:00. Iniziamo la marcia ed in 1 ora e mezza siamo a Piedra del Fraile, dove decidiamo di lasciare tutto il materiale da bivacco ed il cibo per tentare la salita leggeri e veloci. Non conoscendo la salita ci prendiamo qualche rischio, ma così facendo, sfruttiamo al massimo la breve finestra di bel tempo che ci è concessa (circa 12 ore).

Dopo 7 ore e 13 minuti dal ponte siamo in cima!

Saliamo per la classica goulotte di ghiaccio Amy-Vidailhe (200 m, 5) slegati e terminiamo la salita per la via di roccia Brenner-Moschioni (300 m, 6b).

La prima “Cumbre” della Patagonia ci esalta come se fosse la prima cima della vita!

Aguja Guillaumet 2580 m.

Aguja Guillaumet 2580 m.

Dopo le foto di rito, scendiamo, lasciando tutto il materiale a Piedra del Fraile per le future ascensioni. Alle 21:30 siamo di nuovo al ponte sul Rio Electrico, per poi raggiungere la vicina Hosteria del Pilar dove chiamiamo un taxi, che ci riporta in paese. Alle 22:15 siamo al ristorante con un buon bife ed una cerveza Quilmes… E mentre assaporiamo la carne, controlliamo il meteo… Continuando a sognare come due bambini.

Il 29 Novembre ripartiamo, sfruttando un’improbabile finestra di bel tempo. Obbiettivo: Aguja Poincenot (3002 m), one push da El Chalten.

Sfortunatamente il forte rialzo delle temperature ha reso instabile e non portante la molta neve presente, determinando così una progressione molto più lenta del previsto e compromettendo la nostra strategia di salita. Rinunciamo, ahimè, poco prima del Paso Superior. Dopo 13 ore di fatiche, siamo ancora al punto di partenza.

Siamo stanchi e scoraggiati, ma ci consoliamo volgendo lo sguardo fuori dalle finestre della Cabanas, verso la cima del Fitz Roy, fumante di fascino. Un’attrazione primordiale ci cattura, confermandoci che la speranza non muore mai!

In paese incontriamo un amico del nostro collega Peter Moser. Si chiama Diego Toigo ed è alla ricerca di qualcuno per scalare e così lo ingaggiamo come terzo. Il 4 Dicembre partiamo alla volta dell’ Aguja Mermoz (2730 m). Tentano con noi la montagna anche 2 amici: la Guida Alpina di Cervinia Roberto Rossi con il “motorone” di Pisa Mario Josè Marescalchi.

Seguiamo ormai l’arcinoto percorso: Rio Electrico – Piedra del Fraile – Piedra Negra, quì piazziamo la tenda e passiamo la notte. Il giorno dopo fa freddo ed il cielo è nuvoloso, però il vento sembra dare tregua ed allora alle ore 5:00 iniziamo l’avvicinamento. Alle 7:15 attacchiamo la via Argentina sulla parete nord-ovest. Le nostre ambizioni sono quelle di scalare su roccia, ma la Patagonia ci sorprende, offrendoci delle condizioni che la fanno assomigliare più a quelle di una goulotte di ghiaccio. Molti tiri li saliamo con piccozze e ramponi il resto con gli scarponi. Per tutta la salita le scarpette rimangono tranquille nello zaino… Che beffa!

Più lenti del previsto, alle 17:15 siamo in vetta e alle 21:00, dopo una ventina di doppie da brivido, siamo finalmente alla base. Ritorniamo alla nostra tenda di Piedra Negra dove passiamo la notte ed il giorno dopo torniamo alle comodità di El Chalten.

Aguja Mermoz 2730 m.

Purtroppo le finestre di bel tempo sono molto corte e non ci permettono di salire le cime principali. Essendo però a metà viaggio ci rincuoriamo. La Patagonia ci motiva come niente prima d’ora.

L’ 8 Dicembre ritentiamo l’Aguja Poincenot, questa volta con più calma e con una strategia più ponderata.

Iniziamo il lungo trekking dall’Hosteria del Pilar e passando per Rio Blanco e per la Laguna de Los Tres raggiungiamo il Paso Superior. L’avvicinamento si rivela un calvario a causa della molta neve non portante presente, ma questa volta teniamo duro e non ci arrendiamo. Al Paso Superior piazziamo la tenda e passiamo la notte. Il giorno dopo fa parecchio freddo ed il meteo non è molto stabile. Abbiamo poche ore di tempo decente e le sfruttiamo al massimo.

Partiamo alle ore 4:00 e trovando la parete in buone condizioni, alle 09:40 siamo in cima, seguendo la via Whillans-Cochrane (550 m, M4, 5+) sulla parete nord-est. In cima il vento inizia a far paura, siamo veloci nella discesa e alle 14:00 siamo alla tenda. Smontiamo tutto e scendiamo, facendo molta attenzione alle colate spontanee di neve marcia. Alla Laguna de Los Tres inizia a piovere… Appena in tempo!

Ritorniamo ad El Chalten e ci mangiamo la meritata e tanto sognata pizza della Chocolateria, stracolma di formaggio, burro ed aglio… Una bomba!

Aguja Poincenot 3002 m.

Aguja Poincenot 3002 m.

Il Fitz Roy (3405 m) ci attrae dal primo giorno come un potente magnete. Dopo quasi 40 giorni abbiamo imparato che bisogna attendere il momento giusto. Il quale si fa aspettare fino alla fine, o forse, non è mai propriamente arrivato… Non si parla mai di giorni di tempo buono, ma al massimo di ore; e per una montagna così non basta accontentarsi che ci sia poco vento.

Tentiamo già il 24 Novembre, dalla via più fattibile in queste condizioni pseudo invernali: la “Supercanaleta” (1600 m, 80°, V+). Capolavoro del 1965 della cordata argentina Comesana-Fonrouge. Saliamo i primi 1000 m, ma rinunciamo a causa del grande freddo (-27° C) e delle condizioni poco ideali della via. Pensiamo così di salire il Fitz in un futuro più caldo, da una via possibilmente di roccia…

Il versante Nord del Fitz Roy. Sullo sfondo il cerro Torre.

Il versante Nord del Fitz Roy. Sullo sfondo il Cerro Torre.

Però la Patagonia, anche detta “Putagonia” dai locals, è peggio di una bella donna. Non basta corteggiarla a lungo, bisogna entrare letteralmente nelle sue grazie, per poter riuscire nei propri intenti.

Da queste parti la chiamano “Suerte”. Tutti la traducono in sorte o fortuna. Io personalmente le attribuirei un significato più profondo, più divino, la tradurrei in Provvidenza, forse…

Ecco che allora, in “sintonia con la Suerte” siamo di nuovo all’attacco della Canaleta, dopo aver atteso un caldo che, purtroppo, non è mai arrivato. Le condizioni della via non sono delle migliori, infatti la parte alta è tutta impiastrata di ghiaccio. Siamo però sicuri di avere il meteo dalla nostra e così il 18 Dicembre alle ore 2:00 attacchiamo.

Con noi anche Diego, già compagno di avventure sulla Mermoz e la cordata composta dal mitico Marcello Cominetti e da Francesco Salvaterra (reduce di un tentativo sulla via dei Ragni al Cerro Torre e della nuova via non ancora conclusa sulla parete ovest della Torre Egger).

Saliamo veloci i primi 1000 m ed alle ore 5:00 siamo all’inizio delle difficoltà. Il meteo gira improvvisamente. Le stelle lasciano improvvisamente spazio ad un cielo grigio e ad un vento incessante e molto fastidioso. A tratti mi sembra di essere tornato in Scozia, con l’aggravante di temperature ben più basse. Le previsioni, ahimè, questa volta son state fin troppo ottimistiche, per non dire completamente sbagliate. Teniamo duro…

La parte alta della via, che normalmente si sale gran parte con le scarpette da roccia, non ci permette manco di togliere i ramponi. Figuriamoci le picche, il piumino ed i guanti pesanti. Scaliamo sempre su tiri di misto per niente banali, nel mezzo di una bufera frustrante, che a tratti si prende gioco di noi, lasciandoci intravedere l’azzurro del cielo.

Francesco non si risparmia nell’affermare: “In queste condizioni è ben più dura della Ragni, a parte l’ultimo tiro, sempre che il buco non sia già stato scavato!” Un’affermazione che riesce a strapparmi un sorriso.

I tempi e le preoccupazioni si dilatano esponenzialmente; la scalata diventa sopravvivenza e non più piacere. Sono le 19:00 e finalmente arriviamo all’intaglio da dove parte una linea di calate dirette. Il vento mi terrorizza e mi fa tornare in mente il povero Frank, incontrato 600 m più in basso, che giace dal 2002 imprigionato nel ghiaccio.

Ci guardiamo negli occhi, l’espressione è chiara, rassegnata, solcata da nuove rughe. Non proferiamo verbo. La cima è lì, a poco più di mezz’ora slegati. Passa un tempo cortissimo, che sembra infinito. Marco monta la daisy e questo mi fa capire tutto… D’improvviso ritorno sulla terra ferma, di fronte alla magra realtà. Siamo di molto fuori tempo massimo, non conosciamo la discesa ed il vento sembra volerci castigare per qualcosa di grave. Scendiamo a favore della sicurezza.

La montagna fumante non ci concede il nulla osta. Inizio le calate con un sottile dispiacere, che presto si tramuta in soddisfazione pura per aver terminato una grande via. La Supercanaleta è fatta, la “Cumbre” sarà il pretesto per ritornare in questo luogo magico. Le infinite doppie, molte delle quali con le soste da rinforzare, ci richiedono 6 ore e dopo 23 ore no stop siamo in tenda.

Il giorno dopo, come la tradizione vuole, il cielo è terso e non tira una bava di vento. Non abbiamo neanche la forza per arrabbiarci, ma forse non lo facciamo perché siamo semplicemente felici.

Una frase del mio passato continua ad infiltrarsi nei miei pensieri ed a farmi star bene per tutto il cammino di rientro: “Talvolta i desideri si realizzano quando meno te lo aspetti… Talvolta invece sei costretto a lasciar perdere… Comunque vada, ne è sempre valsa la pena”.

Magie di luce sul gruppo del Fitz Roy

Magie di luce sul gruppo del Fitz Roy

NdA: Durante la discesa dalla Canaleta veniamo a conoscenza di un incidente successo a due alpiniste svizzere, che avevamo superato all’attacco della via il giorno prima. Le due, legate in conserva, sono scivolate per 300 m lungo il canale ghiacciato. Il Club Andino di El Chalten ha organizzato una squadra di soccorso formata da 35 soccorritori, i quali hanno portato a termine l’operazione. Riportando le due, con fratture ovunque, ma fuori pericolo di vita, a spalla fino a Piedra del Fraile. Eroici!

E’ giunta l’ora di tornare a casa per passare il Natale con i nostri cari. Gli ultimi 3 giorni in paese li utilizziamo per salutare le nostre nuove conoscenze e per preparare i bagagli. Chiediamo un passaggio a Babbo Natale e alle 2 di notte del 25 Dicembre siamo a casa, come fossimo un bel pacco regalo.

Ho cercato di raccontare questa esperienza limitandomi quasi esclusivamente ai meri fatti e cercando di non dilungarmi negli stati d’animo, ma quanto ci sarebbe da scrivere, quanti pensieri riaffiorano scrivendo queste righe. Ripensando a questo viaggio il cuore si riempie e l’animo si alleggerisce.

Una fonte di adolescenza. Questa è stata la mia prima volta in Patagonia.

Questa è stata la “MIA” Patagonia! 

Alpinista SMAM-Guida Alpina

 Marco Majori

Soundtracks:

  • Sirens – Pearl Jam
  • A Simple Mistake – Anathema

 Ringrazio:

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www.sportmilitarealpino.it

Montura

Kong

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Ciaspole – Nordic Walking

Gite con le ciaspole o a piedi (a seconda dell’innevamento) tra le cime ed i rifugi dell’Alta Valtellina

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  • MOOD TONIFICANTE: Uscite nel bosco di circa 2 ore
  • MOOD CULINARIO: Brevi e facili uscite con degustazione/pranzo a base di prodotti tipici locali e rientro con mezzi meccanici
  • ACTIVE MOOD: Uscite giornaliere con pranzo e rientro camminando
  • NIGHT MOOD: Camminate serali alla luce della luna o della pila frontale, con sosta al rifugio e rientro in taxi. Partenza ore 18:30 da Bormio.