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Spedizione Alpinistica Italiana Gasherbrum IV

Dal 10 Giugno fino alla prima settimana di Agosto 2018 la nostra Guida Marco Majori sarà impegnato in un’ambiziosa spedizione alpinistica in Karakoram. L’obbiettivo sarà quello di ripetere per la prima volta la via aperta da Bonatti e Mauri lungo la cresta nord-est del G4 7925m, in occasione del suo 60° anniversario.

Con lui ci saranno gli alpinisti: Marco Farina, Daniele Bernasconi e Maurizio Giordano e il capo spedizione sarà l’ufficiale dell’Esercito Italiano Magg. Valerio Stella.

L’ISOLA DEL TESORO

Se Stevenson fosse stato un climber non avrebbe avuto dubbi.
La Sardegna ci accoglie e ci mostra tutta la sua bellezza. Non solo mare, ma una quantità di calcare da sogno impressionante. Niente di nuovo, chiaramente, tutti i climber conoscono ciò che questa isola ha da offrire… Ma non importa, celebriamola ancora un po’!

In apertura sul 6° tiro di: "Un'altra all'Oddeu"

In apertura sul 6° tiro di: “Un’altra all’Oddeu”

La partenza non è delle migliori, infatti i primi due giorni siamo costretti a temporeggiare per la pioggia, che mancava da quasi un anno. Riusciamo però in una mezza giornata di tregua a trovare l’attacco e la linea di una potenziale nuova via. Il giorno dopo con il sole e tanta motivazione partiamo di buon ora per il famoso Monte Oddeu, percorriamo 5 tiri e a causa della brevità delle giornate di questo periodo siamo costretti a lasciare l’ultimo tratto con una placca molto compatta da risolvere per il giorno successivo. Alle prime luci ci svegliamo così da poter sfruttare la giornata il più possibile. Risaliamo e liberiamo i tiri del giorno precedente e con qualche numero da circo passiamo la placca e l’ultimo tiro, ritrovandoci in cima in un posto meraviglioso. Nasce così: “Un’altra all’Oddeu”, via interessante che corre nell’unico spazio rimasto libero sull’inflazionata parete.

Passiamo un paio di giorni a sfogare la voglia di scalare in falesia e a conoscere i local, cercando di strappare qualche info su posti da chiodare. Trascorriamo le nostre serate in allegra compagnia conversando con i soliti discorsi da climbers, Gianfranco Boi si lascia scappare dei nomi e noi, indagando ancora un po’, alla fine della serata non abbiamo dubbi sul programma del giorno seguente.
La mattina dopo partiamo armati di seghetto e macete per un sopralluogo e verificare l’accesso, in quanto farsi strada tra gli arbusti ed i rovi a volte, da queste parti, è peggio che fidarsi del cliff mentre stai bucando.
Arriviamo alla base della fascia rocciosa dopo circa 40 min di cammino e scopriamo il nostro TESORO.
Molti prima di noi e tutt’ora continuano a chiodare senza che si sappia niente, forse perché non vogliono suonare troppe campane o forse perché ormai assuefatti dalle possibilità offerte da così tanta roccia vergine. A noi, però è sembrato opportuno manifestare lo stupore e la felicità che abbiamo provato ad arrivare sotto questa parete intonsa… Increduli di ritornare bambini e rincorrendoci, quasi ostacolandoci, per cercare di arrivare primi sotto la parete e scorgere la linea… con il cuore in gola non tanto per il correre, ma per la paura di trovare uno spit di qualcun’altro… E invece no: tutto, tutto per noi!

Roccia da sogno sulla: "Via di Fede"

Roccia da sogno sulla: “Via di Fede”

Tutta questa emozione ha prodotto le prime due linee di questa parete: “Lo spigolo di Sara” e “La via di Fede” nella valle del Lanaitto. Vie intorno ai 100 metri di altezza, non difficili, dove però è meglio non dimenticare i friends a casa. (I nomi sono i sinonimi del nostro tesoro). Felicissimi di aver aperto le danze in questo settore, non vediamo l’ora di tornarci e continuare la nostra lotta con il trapano in una mano e la buona Fede nell’altra.

Un grazie doveroso alla Sardegna, a Gianfranco, Ugo e Giacomo che ci hanno svelato perle preziose e a Totore e Pipina veri custodi del gusto.

Guida Alpina Marco Majori

con Marco Farina e Maurizio Giordano

Dal 13 al 23 Novembre 2017

Relazione della nuova via: "Un'altra all'Oddeu"

Relazione della nuova via: “Un’altra all’Oddeu”

Il percorso delle vie nel settore: "Isola del Tesoro"

Il percorso delle nuove vie nel settore: “Isola del Tesoro”

Relazione della via di Fede

Relazione della via di Fede

Relazione dello Spigolo di Sara

Relazione dello Spigolo di Sara

Introduzione di MARCO VITALE alla serata di Bormio

DAL CERVINO AL CERRO TORRE

Viaggio per montagne presentato dalle Guide Alpine: Marco Farina, Marco Majori e Francois Cazzanelli, atleti della Sezione Militare d’Alta Montagna di Courmayeur.

Bormio, 8 Agosto 2015

Locandina serata Bormio

Sono onorato e felice di presentare questa serata, che si prospetta di eccezionale interesse. Non ho visto le immagini che le giovani Guide ci presenteranno ed illustreranno. Ma azzardo, senza timore, questa previsione per due motivi. Il primo è che ho esaminato il curriculum professionale dei tre giovani, che è testimonianza di grandi capacità alpinistiche ed umane e di grande impegno. E, quindi, il loro lavoro e la loro presentazione sarà coerente con le loro qualità.

Il secondo è che il ponte ideale che essi tracciano tra Cervino e Cerro Torre è straordinariamente logico e felice. Vedremo infatti immagini e sentiremo storie delle due più belle montagne dei due emisferi. Qualcuno mi ricorderà che c’è anche il K2. Io sono stato vicino, al campo base, di tutte e tre e, a mio giudizio, Cerro Torre e Cervino sono le più belle, ma non ho difficoltà a completare con il K2 la triede delle 3 più belle montagne del mondo. E mi piace ricordare che su due di queste tre (K2 e Cerro Torre sventola la bandiera italiana) e che sulla terza (Cervino) sventola la bandiera inglese del giovanissimo Whymper (nel 1865, 25 anni), certamente fantasioso, coraggioso ed ambizioso, solo perché questi ebbe l’intelligenza di ingaggiare la guida valdostana Jean Antoine Carrel (nel 1865 aveva 36 anni), del quale Messner dice: “Carrel si comportò da grande Guida e da grande alpinista. Carrel all’epoca era il migliore. In questa storia è lui il mio eroe.” (1)

Tutto ciò testimonia la grande tradizione alpinistica italiana, nel solco della quale si propongono i tre giovani alpinisti che ci guideranno nell’affascinante viaggio dal Cervino al Cerro Torre.

Li nomino in rigoroso ordine di età:

– Marco Farina di Aosta, classe 1983, 32 anni;

– Marco Majori di Bormio, classe 1984, 31 anni;

– Francois Cazzanelli di Cervinia, classe 1990, 25 anni.

Tutti e tre hanno un curriculum alpinistico molto ricco ma, ai fini della nostra serata, voglio solo sottolineare che sono stati in vetta al Cerro Torre in Patagonia, ripercorrendo la via dei Ragni di Lecco, primi a conquistare la vetta nel 1974 e sono saliti sul Cervino, realizzando la prima ripetizione italiana della via Gogna Cerutti sulla parete nord.

Li unisce non solo l’amore per la montagna, non solo il nobile titolo di Guida Alpina (cioè di professionista della montagna), ma anche il fatto di essere tutti e tre “atleti della sezione militare d’alta montagna” di Courmayeur. E permettetemi di esprimere un grande plauso ed un grande ringraziamento all’Esercito, che tiene viva questa scuola di alto livello, all’insegna della grande tradizione alpinistica militare, attraverso la quale le eccellenze, come quelle che questa sera apprezzeremo, trasferiscono nel corpo dell’Esercito: competenze, tecniche, stimoli, impegno, coraggio, esempio.

In questa fase storica nella quale la classe, impropriamente chiamata classe dirigente, sembra impegnata ad umiliare se non a distruggere tutte le tradizioni di qualità di lavoro e di coraggio che hanno fatto grande il nostro Paese, ogni trincea dove queste tradizioni vengono difese merita riconoscenza.

Si dice che furono gli inglesi ad inventare l’alpinismo. E certamente il loro apporto è stato determinante da quando nel Dicembre 1857 fondarono a Londra il primo “Alpin Club”. (2)

Ma pochi sanno che nel 1821 Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, istituì a Chamonix una speciale corporazione, la compagnia delle Guide di Chamonix “aperta soltanto a coloro che possedevano le capacità, le conoscenze tecniche e le doti umane indispensabili per farsi carico della vita degli altri”. (3)

Mi sono soffermato sul CAI perché mi fa piacere vedere che questa serata è presentata dai CAI di Valdidentro, Bormio e Valfurva e la soddisfazione è doppia nel vedere i tre CAI dell’Alta Valle operare insieme. Li ringrazio per la loro presenza insieme agli sponsor ed, in primo luogo, la Banca Popolare di Sondrio che non è mai assente quando si tratta di sostenere qualcosa di intelligente ed utile per la Valtellina.

Dal Cervino, la Grande Becca, secondo il suo soprannome più noto, sappiamo tutto, perchè è la montagna più studiata e fotografata del mondo da sempre (è con la scalata del Cervino che è iniziato l’alpinismo vero, a detta di Messner), ma anche perché quest’anno ricorre il 150° della prima salita (14 Luglio 1865) e con l’occasione tutta la stampa, anche quella non specializzata, ha dedicato grandi pagine all’evento. (4)

Del Cerro Torre in Patagonia sappiamo un po’ meno, ma è noto che si tratta, non solo di una bellissima montagna, ma anche di una delle più dure ed ostiche, tanto che fu espugnata solo 1974 da una squadra dei Ragni di Lecco, guidata da Casimiro Ferrari. E basta leggere come lo illustra lo stesso Casimiro (5):

Si tratta effettivamente di una montagna unica nel suo genere: una montagna terribile, perché la roccia è ricoperta di ghiaccio, ma un ghiaccio insicuro e non si sa quali chiodi usare e dove piantarli; la roccia viva non affiora quasi mai e allora devi cercare dove c’è più ghiaccio per fare che i chiodi affondino bene e diano sicurezza; il vento del Pacifico che batte dal versante Ovest anche a 200 km/h è falso e traditore: certe bufere portano in alto un’umidità che condensa e si trasforma in ghiaccio spugnoso, non consistente, in un giorno solo questa sorta di ghiaccio può crescere di uno spessore di 10 cm: le corde fisse da 8 mm possono diventare grossi festoni irreali”.

O ricordare quello che di essa disse un alpinista del calibro di Bruno Detassis che guidava una spedizione trentina, nel 1957, diretta a conquistare il Cerro Torre. Dopo vani tentativi Detassis decise di rinunciare e ad alcuni alpinisti di valore della spedizione che volevano proseguire anche da soli (Maestri, Eccher e Fava), disse: “Il Torre è una montagna impossibile e io non voglio mettere a repentaglio la vita di nessuno. Pertanto nella mia qualità di capo spedizione vi proibisco di attaccarla”.

Il Torre aveva già respinto alpinisti del calibro di Bonatti, Mauri, Maestri, Egger. Lo stesso Ferrari con una spedizione Città di Lecco, finanziata dal CAI Belledo, nel 1970. Fu proprio Casimiro Ferrari con Daniele Chiappa, Mario Conti e Pino Negri a raggiungere la vetta alle 17:45 del 13 Gennaio 1974. Lasciarono sulla vetta un pupazzo di ghiaccio con indosso un maglione rosso dei Ragni di Lecco, una piccozza e i gagliardetti della bandiera italiana e del CAI dei Ragni Lecco.

Fu il momento culminante di una spedizione magistralmente organizzata e diretta, frutto collettivo di uno squadrone di 12 Ragni di Lecco, voluta dalla sezione CAI di Lecco, per festeggiare il centenario di fondazione. E’ presente in sala questa sera un membro della spedizione, Giuseppe Lafranconi, di Livigno.

I nostri giovani valorosi hanno ripercorso la durissima via dei Ragni sulla parete Ovest del Cerro Torre.

Molti anni dopo io e Giuseppe Lafranconi siamo stati ai piedi del Cerro Torre e del suo fratello Fitz Roy (dove Casarotto ha fatto cose importanti). Anche dal basso appare terribile ed anche lì soffiava, sia pure molto attenuato, quel terribile vento, che è il nemico peggiore degli alpinisti che si cimentano sul Cerro Torre, e che fa dire agli uomini della Pampas che sul Cerro c’è una grande bocca nera dalla quale soffia tutta l’aria del mondo. Alla sera, nell’osteria di El Chalten, il villaggio nato dalle spedizioni, incontrammo per caso Casimiro Ferrari e fummo ospiti nella sua “Estancia”. Era rimasto talmente stregato dal Cerro che aveva comperato una piccola “Estancia” dove ormai passava la maggior parte del suo tempo a rimirare la sua montagna ed allevare pecore ed a costruire un piccolo alberghetto-rifugio per i viandanti.

Prima di passare al filmato centrale della serata, un piccolo intermezzo sulla Bolivia. I nostri giovani sono da poco ritornati dalla Bolivia, dove hanno aperto una nuova impegnativa via sulla parete Sud (una parete di 1500 metri) dell’Illimani, l’imponente cima della Cordillera Real che, con i suoi 6540 m, domina La Paz.

Anche io, nel 1978, sono stato sulla Cordillera Real a zonzo per 40 giorni insieme a Cosimo Zappelli, alpinista importante, secondo di Bonatti in parecchie ascensioni di grande livello (tra le quali la prima invernale della Cassin sullo sperone Walker delle Grandes Jorasses), presidente delle Guide di Courmayeur, scrittore di bei libri di montagna (6) e di soccorso alpino, nel quale era un vero specialista, scomparso prematuramente a 56 anni per una frana sulle sue montagne del Bianco, nel Settembre 1990; ed insieme a Giuseppe Lafranconi, Franco Gugiatti di Sondrio, Kiki Marmoni di Milano e Don Angelo Gelmi, sacerdote bergamasco a La Paz, fortissimo andinista, che diventerà vescovo a Cochabamba e che ritroverò trent’anni dopo al Pirovano al Passo dello Stelvio. La nostra non era una vera e propria spedizione professionale, ma una gita tra amici (7). Per Cosimo era una vacanza e molto mi colpì osservare la gioia e l’allegria con la quale, lui che era sempre in montagna per ragioni professionali, dedicava le sue vacanze ad andare in montagna con degli amici.

Era già stato sulla Cordillera Real alla quale aveva dedicato anche un libro (8), ma la sua curiosità di conoscere cose, persone, culture e non solo montagne era inesauribile e contagiosa.

Nel giorno dell’arrivo, scesi dall’aeroporto di El Alto (4000 m) a La Paz, entrando nell’albergo incontrammo un amico di Cosimo, un toscanaccio come lui. Saluti ed abbracci e poi l’inevitabile domanda: “Cosa fai qui?”.

La risposta del toscano fu: “Sono arrivato la settimana scorsa, sono salito sull’Illimani, oggi sono sceso e domani volo via perché io non voglio aver nulla a che fare con questi peones”.

Avevo davanti a me, incarnati, due modi di intendere la montagna. Il primo, del toscano, era di intendere la montagna come pura ascensione, come puro gesto tecnico-sportivo. Il gesto secondo, quello di Cosimo, era quello di intendere la montagna come cultura, come forma di amore per la natura e per l’umanità, come ponte ed unione tra gli uomini di montagna di tutto il mondo (9), e per far capire che la montagna è aperta a tutti, ognuno secondo i propri limiti e le proprie possibilità.

E che a tutti la montagna può donare momenti bellissimi e formativi, sia a chi raggiunge la cima che a chi si ferma alla base della stessa.

Io spero, anzi sono certo che le nostre giovani Guide si ispirino più che al modo di intendere la montagna dell’interlocutore toscano, a quello di Cosimo, che è anche il modo di intendere la montagna di tutti i grandi alpinisti, come Cassin, Bonatti, Messner e molti altri.

NOTE:

(1) E’ toccante come Messner ricorda la morte di Carrel nel 1890 a 61 anni: “Sì, certo. Sale sul Cervino per se stesso, non per la Patria. Per quella ha combattuto da bersagliere. Lui vive di montagna, è un contadino perfino un po’ anarchico, un cacciatore. Sa come è morto? Dimostrando ancora una volta che cosa significa essere una Guida, avere cioè la responsabilità per sé e per i clienti. Stroncato dalla fatica sul Cervino. Quanto accadde ha dell’incredibile. Carrel aveva 61 anni e nell’Agosto del 1890 è sul Cervino con un cliente, il giovane musicista Leone Sinigaglia ed il portatore Carlo Gorret. Vengono colti da una bufera. Dopo 17 ore di discesa in mezzo ai fulmini si scaldano alla capanna bruciando mobili. Nessuna schiarita e allora Carrel decide di scendere. Lui, ultimo di cordata come deve essere, guida Gorret nella nebbia. Sinigaglia è tra loro. E quando Gorret gli grida “siamo in salvo” lui si siede e si abbandona all’ultimo respiro”.

(2) Il Club Alpino italiano nacque sei anni dopo, nel 1863 a Torino, su iniziativa soprattutto del biellese Quintino Sella (allora trentacinquenne ministro delle finanze del governo Rattazzi). Quintino Sella, ricordato nelle memorie collettive come il ministro del rigore finanziario, non ha mai confuso rigore finanziario e desvilluppo. Per questo la sua opera fu determinante per la creazione del CAI, la rifondazione dell’Accademia dei Lincei, la costituzione dei Politecnici di Torino e Milano e per la prima ondata di grandi investimenti strutturali che favorivano il decollo industriale italiano.

Sella vedeva nello sviluppo del CAI e della cultura alpina un formidabile fattore di sviluppo civile, scientifico ed economico.

(3) Mi sembra una perfetta definizione di Guida Alpina.

(4) Tra i libri scritti per l’occasione ho molto apprezzato quello di Messner: “Cervino il più nobile scoglio” (Corbaccio ed., 252 pag., 16,90 Euro) che racconta le imprese di Whymper e Carrel.

(5) Casimiro Ferrari, “Cerro Torre parete Ovest” (Dall’ Oglio ed., 1975).

(6) Dei quali mi piace ricordare: “Guida non è solo un mestiere” (1977).

(7) Che non ci impedì di fare la prima mondiale (15/07/1978) dello spigolo Est-Sud Est dell’Ancouma 6480 m; e la prima mondiale sulla cresta Ovest del Chearoco 6180 m.

(8) “Sulle montagne degli Incas”, Musumeci ed. (1978).

(9) Nel suo libro sulle montagne degli Incas, all’invito a guidare una spedizione extraeuropea rispose con queste parole: “Non aspettavo altro e non ebbi esitazioni in proposito, suggerendo agli organizzatori di andare a scoprire le Ande boliviane. Ero spinto si da molteplici considerazioni a visitare quei luoghi, ma più di tutto desideravo conoscere quel paese e le sue genti”.

SCACCO AL TORRE

Cerro Torre Parete Ovest

“Non dovremmo negare che l’essere nomadi ci ha sempre riempiti di gioia… E la strada ha sempre portato ad Ovest.” W. Stegner

Gruppo del Torre, da sx: Mocho, Torre, Egger, Herron, Standhart e Bifida

Gruppo del Torre.
Da sx: Adela, Mocho, Torre, Egger, Herron, Standhart e Bifida

Dicono che la calma sia la virtù dei forti. Ebbene questo viaggio ne è stato la dimostrazione. Il Cerro Torre, la montagna più affascinante della terra, si concede solamente nei nostri ultimi 4 giorni a disposizione.

Il meteogramma NOAA tanto atteso

Il meteogramma NOAA tanto atteso

Venerdì 12/12 entriamo per l’ennesima volta al Nipo Nino e l’idea è quella di dormire in tenda per poi ripartire il giorno seguente. Passiamo invece la notte collaborando all’operazione di soccorso a due ragazzi di Pescara, scivolati sul ghiacciaio del colle Standhart. (I due se la caveranno con qualche osso rotto).

Verso le 3 di Sabato riusciamo a partire, chiaramente con qualche perplessità in più. Cerchiamo di non pensarci, passiamo il colle Standhart e verso le 12 ci ritroviamo 150 metri sotto il colle della Speranza. La giornata è magnifica, senza vento, senza nuvole e le alte temperature ci inducono a desiderare un mojito con tanto ghiaccio… Ciò basta per farci ritornare la motivazione alle stelle.

La via dei Ragni dal colle della Speranza

La via dei Ragni dal colle della Speranza

Scaviamo una truna e ci riposiamo qualche ora. All’una di Domenica 14/12 attacchiamo. Raggiungiamo veloci l’Elmo e giungiamo alla headwall alle prime luci. La superiamo non banalmente e con un bel dispendio di energie. E poi… Dove andiamo? Delle cattedrali di neve strapiombanti, anche dette funghi, sembrano sbarrarci la via. Scorgiamo un buco sulla sinistra e non proprio convinti ci infiliamo dentro. Cambiamo pianeta per un paio di tiri e superiamo anche questi “funghi”. Il sistema di tubi, mezzi tubi e rigole, che ci permette di raggiungere la base dell’ultimo tiro, ha semplicemente dell’incredibile. Impossibile descriverlo a parole: una scalata del genere è unica al mondo!

Il tubo del secondo fungo

Il tubo del secondo fungo

L'half pipe dell'ultimo tiro

L’half pipe dell’ultimo tiro

Siamo così alla base del temutissimo ultimo tiro, la grande incognita della salita. Una cordata di americani ha già aperto le danze e dopo i primi 10 metri passati a scavare, sfruttano uno stretto half pipe creato dal vento. Ci guardiamo negli occhi, sorridiamo e un’ora dopo, verso le 13:30, siamo in cima!

Cumbre! ...A chi ci ha creduto!

Cumbre! …A chi ci ha creduto!

Nessuno parla, il panorama mozza il fiato. Nessuno ci crede ancora, è un sogno! Rimaniamo in vetta tutto il tempo necessario… Questa è la nostra ricompensa!

Alla fine di un tempo impossibile da misurare, scattiamo le foto di rito e non senza preoccupazione, iniziamo la discesa. Alle 18 siamo nuovamente alla truna. Ce la prendiamo comoda ed ora è proprio il caso di dirlo: E’ fatta! Passiamo la mite notte su di un sasso, con il cielo stellato per tetto, poco sopra il Filo Rosso.

Lunedì alle 5 ripartiamo, per quella che sarà la parte più straziante di tutta l’ascensione. Meta: Piedra del Fraile, passando dal passo Marconi. La traversata dello Hielo Continental è una vera e propria battaglia per la presenza di una discontinua crosta di ghiaccio non portante, che a tratti ci fa sprofondare fino al ginocchio. Dopo 12 ore e circa 45 chilometri di zaino pesante e fatica radente alla disperazione, arriviamo a destinazione sotto una lieve pioggerella. Una specie di battesimo…

Facce da Torre

Facce da Torre

Ad attenderci Remo, che con 3 Coca Cola ed una sincera stretta di mano, spazza via ogni ombra di sconforto.

CERRO TORRE (3102 m) – Parete Ovest – Via dei Ragni

12/15 Dicembre 2014

Marco Majori: “…La miss liceo. La più ambita da tutti. Quella più grande, che non ti considera minimamente! …E poi, un bel giorno, senza capirci più di tanto, ti ritrovi tra le sue braccia!”

Marco Farina: “Non una conquista, semplicemente la realizzazione di un sogno avuto fin da bambino! …Una montagna che ogni alpinista dovrebbe avere nella propria wishlist.”

Francois Cazzanelli: “80 ore di pure emozioni!”

Guida Alpina – Alpinista SMAM

Marco Majori

Thanks to: CS ESERCITO, MONTURA, KONG, WILD CLIMB e SALICE

Soundtracks:

  • Talk is Cheap – Chet Faker
  • Every Breaking Wave – U2

CERVINO 4478 mt. Naso di Zmutt via Gogna Cerruti

Disarmante… Immensa…

“Il più grande strapiombo delle Alpi Occidentali“. Così Patrick Gabarrou definisce il Naso di Zmutt. Una parete misteriosa e austera incassata nell’immensa muraglia del versante Nord del Cervino. Difficile da decifrare, ogni volta che cambia la luce sembra che la sua forma muti ed escano nuovi diedri e tetti. Una sfida completa, severa, dove nulla è scontato in un ambiente tra i più repulsivi che abbiamo mai visto.

I tracciati sul naso. La Gogna-Cerruti è la rossa.

I tracciati sul naso. La Gogna-Cerruti è la rossa.

Tutto comincia con un messaggio su Whatsapp di Marco Majori il 21 settembre sulla chat della SMAM: “Cosa pensate di fare questa settimana?” Dopo qualche battuta e scambio di idee il piano è deciso: andiamo a vedere il Naso di Zmutt. Da lì nelle nostre teste hanno iniziato a girare un sacco di domande: “Sarà pulita la parete? A chi chiediamo? Saremo capaci di uscire? La via sarà in ordine, o sarà crollato qualcosa come spesso accade sul Cervino?” Poche storie, l’unica cosa da fare è partire e andare a vedere. Il 25 settembre ci ritroviamo tutti a casa di François, prepariamo gli zaini, beviamo un caffè e ci muoviamo verso il colle del Breuil. Arrivati al rifugio dell’ Hornli ci aspetta una spiacevole sorpresa: il campo base provvisorio, installato poiché i proprietari del rifugio stanno compiendo delle ristrutturazioni, è chiuso! Iniziamo bene: già un bivacco la prima notte. Non ci scoraggiamo, ci sistemiamo al meglio e alle 4 iniziamo a muoverci. Attacchiamo la prima parte della via al buio: si comincia subito con dei pendii belli dritti che conducono ad una goulotte ripida ma con ghiaccio ottimo. Superato il canale ghiacciato con quattro lunghezze iniziamo ad attraversare verso sinistra per portarci alla base del Naso. Giunti sotto lo strapiombo la vista è impressionante: si ha la sensazione che il tetto in ogni momento possa chiudersi su se stesso inghiottendoci. Il freddo pizzica e i movimenti sono rallentati, Majo fa un movimento sbadato in sosta e perde un guanto.

Faina in grande spolvero

Faina in grande spolvero

Da qui in avanti Marco Farina passa al comando e iniziamo a scalare su roccia, la giornata è lunga e dopo aver superato un diedro in artificiale con le ultime luci del giorno arriviamo alla esile cengia dove Alessandro Gogna e Leo Cerutti bivaccarono per la seconda volta. Ci fermiamo e iniziamo a sistemarci per la notte, assicuriamo una corda dove possiamo appenderci e sistemare il materiale, ripuliamo dalla neve i nostri piccoli scalini, prepariamo da bere e mangiamo. Ci aspettano ore interminabili, ma non c’è vento e una stellata fantastica ci fa compagnia, sulla cengia troviamo un sacco di materiale abbandonato: chiodi, moschettoni e corde; testimonianze indelebili di vecchi tentativi.

Il nostro bivacco in parete.

Il nostro bivacco in parete.

Scorre il tempo e alle 6 di mattino ancora al buio siamo di nuovo in azione, con ordine e calma prepariamo da bere, smantelliamo il bivacco, mangiamo qualcosa e ripartiamo. Marco è di nuovo davanti, si comincia con un muro compatto, solcato solo da una piccolissima fessura che ci costringe ad usare le staffe. Il nostro socio scala veloce e sicuro, Majo ad un certo punto commenta dicendo: “Faina scala come se non ci fosse un domani!” Passano le ore e i tiri si susseguono veloci, anche se non vediamo mai la fine. Ci scambiamo delle battute per fare morale: “Ma se chiamassimo l’elicottero?” Marco: “Piuttosto crepo, ma sull’elicottero non salgo”. Cerchiamo di sdrammatizzare e di affrontare i problemi con lo spirito giusto e così, improvvisamente, ci troviamo al sole, alla base dell’ultimo salto: sono le 17:30, dobbiamo muoverci.

Sperando in bene...

Sperando in bene…

Farina si supera un’altra volta e alle 18:15 arriviamo sul bordo del Naso, ma purtroppo non è ancora il momento di esultare, perché dobbiamo raggiungere con la luce le tracce della cresta di Zmutt. Mettiamo i ramponi e prendiamo in mano le picche, saliamo velocemente su terreno misto e appena accendiamo le frontali troviamo le tracce, da qui però mancano ancora 250 mt di dislivello fino alla vetta e la stanchezza inizia a farsi sentire. La progressione diventa più facile e la concentrazione cala, Majo perde un’ altro guanto che sparisce nel buio della notte, François recupera alla rinfusa le corde e in ben due soste le corde si aggomitolano facendoci perdere minuti preziosi. Dopo qualche cappellata, alle 23 giungiamo in vetta al Cervino. Siamo gasati, ma tuttavia consapevoli di dover mantenere la concentrazione per la lunga discesa notturna che ci aspetta. Beviamo un tè, mangiamo qualcosa e subito dopo iniziamo a scendere lungo la cresta del Leone. Per riposarci dobbiamo arrivare alla capanna Carrel. La notte è perfetta, non fa freddo, non c’è neanche una bava di vento, scendiamo con calma senza prendere rischi e alle 5 mettiamo piede in capanna, giusto il tempo di bere una coca e crolliamo nei letti. Il giorno dopo alle 9 siamo svegliati dal papà di François, Valter, che ci è venuto incontro, rifacciamo gli zaini e scendiamo, per le 13 siamo a casa Cazzanelli a Cervinia, con le gambe sotto il tavolo. Che avventura, siamo euforici e soddisfatti. La nostra è la nona ripetizione assoluta e prima italiana.  Non abbiamo ancora realizzato bene quello che abbiamo fatto, questa salita ci rimarrà per sempre nel cuore, sicuramente è la via più completa e severa che abbiamo mai affrontato fino ad ora. Un viaggio mistico nel cuore de Cervino dove nulla è scontato e banale. Complimenti agli apritori che nel 1969 si sono superati aprendo una via futuristica e complicata che sicuramente ha portato un passo avanti  l’alpinismo dell’epoca.

Summit! Thanks to a Princi

Summit! Thanks to a Princi

Guida Alpina Marco Majori

Con Marco Farina e François Cazzanelli

Il 26 e 27 Settembre 2014

Thanks to: CS ESERCITO, MONTURA, KONG, WILD CLIMB e SALICE

LA “MIA” PATAGONIA

 12 Novembre – 25 Dicembre 2013

E’ da quando ho ricordo della mia passione per la montagna che sogno le dritte guglie granitiche della Patagonia.

Natura fiabesca, selvaggia ed ostile. A tratti dura palestra per un fisico quasi sempre in difetto ed a tratti magnifico ristoro per un’anima molte volte troppo sorda. Questa è la Patagonia!

Terra agli antipodi e degli opposti. Dove enormi ghiacciai e grandi laghi confinano con immense distese pseudo desertiche. Dove lunghi periodi di tempo pessimo si alternano a giornate magnifiche con cielo color zaffiro e senza un filo di vento. Dove neanche la più facile delle vie normali è scontata, ma dove ogni passo verso l’alto ti riempie di emozioni e sopratutto di motivazioni.

La proposta di andare in Patagonia arriva in estate, dall’amico e collega Marco Farina, Guida Alpina ed Alpinista dell’Esercito. Seguo l’istinto, mi sento libero, non faccio domande, rispondo solo di sì. Non m’interessa l’obbiettivo, ne tanto meno il risultato, voglio solo andare a scalare, anche solo un sasso mi potrebbe bastare. Ed infatti è così. Scopo del viaggio: scalare tutto lo scalabile!

Dopo qualche mese giunge la data della partenza e noi partiamo. Ovviamente gasati, come due bimbi al loro primo giro di giostra!

Prendiamo 3 aerei ed 1 bus e dopo circa un giorno di viaggio giungiamo ad El Chalten, nell’estremo sud dell’Argentina, capitale del trekking e dell’alpinismo con la A maiuscola.

La vista da El Chalten da sx: Adela, Torre, Egger, Erron, St. Exupéry, St. Raphael, Poincenot, Fitz Roy, Val Bios, Mermoz e Guillaumet.

La vista da El Chalten da sx: Adela, Torre, Egger, Herron, St. Exupéry, St. Raphael, Poincenot, Fitz Roy, Val Bios, Mermoz e Guillaumet.

Il primo giorno è una giornata spettacolare, di quelle da incorniciare, ma purtroppo non siamo ancora pronti. Ci prepariamo per il giorno seguente, ma da neofiti pecchiamo un po’ troppo d’ottimismo; infatti il tempo è brutto. Ironia della sorte passiamo la prima settimana in paese, a prendere dimestichezza con la lettura delle carte e dei grafici meteorologici. Non importa! Senza grossi cedimenti psicologici, attendiamo il momento giusto, che finalmente arriva il 20 Novembre; giorno in cui riusciamo a completare la nostra prima ascensione in Patagonia.

Partiamo alla volta della Aguja Guillaumet (2580 m) senza aver ancora ben chiara la strategia logistica da seguire. Lasciamo El Chalten alle ore 08:18 con un bus di linea che ci scarica al ponte sul Rio Electrico alle ore 9:00. Iniziamo la marcia ed in 1 ora e mezza siamo a Piedra del Fraile, dove decidiamo di lasciare tutto il materiale da bivacco ed il cibo per tentare la salita leggeri e veloci. Non conoscendo la salita ci prendiamo qualche rischio, ma così facendo, sfruttiamo al massimo la breve finestra di bel tempo che ci è concessa (circa 12 ore).

Dopo 7 ore e 13 minuti dal ponte siamo in cima!

Saliamo per la classica goulotte di ghiaccio Amy-Vidailhe (200 m, 5) slegati e terminiamo la salita per la via di roccia Brenner-Moschioni (300 m, 6b).

La prima “Cumbre” della Patagonia ci esalta come se fosse la prima cima della vita!

Aguja Guillaumet 2580 m.

Aguja Guillaumet 2580 m.

Dopo le foto di rito, scendiamo, lasciando tutto il materiale a Piedra del Fraile per le future ascensioni. Alle 21:30 siamo di nuovo al ponte sul Rio Electrico, per poi raggiungere la vicina Hosteria del Pilar dove chiamiamo un taxi, che ci riporta in paese. Alle 22:15 siamo al ristorante con un buon bife ed una cerveza Quilmes… E mentre assaporiamo la carne, controlliamo il meteo… Continuando a sognare come due bambini.

Il 29 Novembre ripartiamo, sfruttando un’improbabile finestra di bel tempo. Obbiettivo: Aguja Poincenot (3002 m), one push da El Chalten.

Sfortunatamente il forte rialzo delle temperature ha reso instabile e non portante la molta neve presente, determinando così una progressione molto più lenta del previsto e compromettendo la nostra strategia di salita. Rinunciamo, ahimè, poco prima del Paso Superior. Dopo 13 ore di fatiche, siamo ancora al punto di partenza.

Siamo stanchi e scoraggiati, ma ci consoliamo volgendo lo sguardo fuori dalle finestre della Cabanas, verso la cima del Fitz Roy, fumante di fascino. Un’attrazione primordiale ci cattura, confermandoci che la speranza non muore mai!

In paese incontriamo un amico del nostro collega Peter Moser. Si chiama Diego Toigo ed è alla ricerca di qualcuno per scalare e così lo ingaggiamo come terzo. Il 4 Dicembre partiamo alla volta dell’ Aguja Mermoz (2730 m). Tentano con noi la montagna anche 2 amici: la Guida Alpina di Cervinia Roberto Rossi con il “motorone” di Pisa Mario Josè Marescalchi.

Seguiamo ormai l’arcinoto percorso: Rio Electrico – Piedra del Fraile – Piedra Negra, quì piazziamo la tenda e passiamo la notte. Il giorno dopo fa freddo ed il cielo è nuvoloso, però il vento sembra dare tregua ed allora alle ore 5:00 iniziamo l’avvicinamento. Alle 7:15 attacchiamo la via Argentina sulla parete nord-ovest. Le nostre ambizioni sono quelle di scalare su roccia, ma la Patagonia ci sorprende, offrendoci delle condizioni che la fanno assomigliare più a quelle di una goulotte di ghiaccio. Molti tiri li saliamo con piccozze e ramponi il resto con gli scarponi. Per tutta la salita le scarpette rimangono tranquille nello zaino… Che beffa!

Più lenti del previsto, alle 17:15 siamo in vetta e alle 21:00, dopo una ventina di doppie da brivido, siamo finalmente alla base. Ritorniamo alla nostra tenda di Piedra Negra dove passiamo la notte ed il giorno dopo torniamo alle comodità di El Chalten.

Aguja Mermoz 2730 m.

Purtroppo le finestre di bel tempo sono molto corte e non ci permettono di salire le cime principali. Essendo però a metà viaggio ci rincuoriamo. La Patagonia ci motiva come niente prima d’ora.

L’ 8 Dicembre ritentiamo l’Aguja Poincenot, questa volta con più calma e con una strategia più ponderata.

Iniziamo il lungo trekking dall’Hosteria del Pilar e passando per Rio Blanco e per la Laguna de Los Tres raggiungiamo il Paso Superior. L’avvicinamento si rivela un calvario a causa della molta neve non portante presente, ma questa volta teniamo duro e non ci arrendiamo. Al Paso Superior piazziamo la tenda e passiamo la notte. Il giorno dopo fa parecchio freddo ed il meteo non è molto stabile. Abbiamo poche ore di tempo decente e le sfruttiamo al massimo.

Partiamo alle ore 4:00 e trovando la parete in buone condizioni, alle 09:40 siamo in cima, seguendo la via Whillans-Cochrane (550 m, M4, 5+) sulla parete nord-est. In cima il vento inizia a far paura, siamo veloci nella discesa e alle 14:00 siamo alla tenda. Smontiamo tutto e scendiamo, facendo molta attenzione alle colate spontanee di neve marcia. Alla Laguna de Los Tres inizia a piovere… Appena in tempo!

Ritorniamo ad El Chalten e ci mangiamo la meritata e tanto sognata pizza della Chocolateria, stracolma di formaggio, burro ed aglio… Una bomba!

Aguja Poincenot 3002 m.

Aguja Poincenot 3002 m.

Il Fitz Roy (3405 m) ci attrae dal primo giorno come un potente magnete. Dopo quasi 40 giorni abbiamo imparato che bisogna attendere il momento giusto. Il quale si fa aspettare fino alla fine, o forse, non è mai propriamente arrivato… Non si parla mai di giorni di tempo buono, ma al massimo di ore; e per una montagna così non basta accontentarsi che ci sia poco vento.

Tentiamo già il 24 Novembre, dalla via più fattibile in queste condizioni pseudo invernali: la “Supercanaleta” (1600 m, 80°, V+). Capolavoro del 1965 della cordata argentina Comesana-Fonrouge. Saliamo i primi 1000 m, ma rinunciamo a causa del grande freddo (-27° C) e delle condizioni poco ideali della via. Pensiamo così di salire il Fitz in un futuro più caldo, da una via possibilmente di roccia…

Il versante Nord del Fitz Roy. Sullo sfondo il cerro Torre.

Il versante Nord del Fitz Roy. Sullo sfondo il Cerro Torre.

Però la Patagonia, anche detta “Putagonia” dai locals, è peggio di una bella donna. Non basta corteggiarla a lungo, bisogna entrare letteralmente nelle sue grazie, per poter riuscire nei propri intenti.

Da queste parti la chiamano “Suerte”. Tutti la traducono in sorte o fortuna. Io personalmente le attribuirei un significato più profondo, più divino, la tradurrei in Provvidenza, forse…

Ecco che allora, in “sintonia con la Suerte” siamo di nuovo all’attacco della Canaleta, dopo aver atteso un caldo che, purtroppo, non è mai arrivato. Le condizioni della via non sono delle migliori, infatti la parte alta è tutta impiastrata di ghiaccio. Siamo però sicuri di avere il meteo dalla nostra e così il 18 Dicembre alle ore 2:00 attacchiamo.

Con noi anche Diego, già compagno di avventure sulla Mermoz e la cordata composta dal mitico Marcello Cominetti e da Francesco Salvaterra (reduce di un tentativo sulla via dei Ragni al Cerro Torre e della nuova via non ancora conclusa sulla parete ovest della Torre Egger).

Saliamo veloci i primi 1000 m ed alle ore 5:00 siamo all’inizio delle difficoltà. Il meteo gira improvvisamente. Le stelle lasciano improvvisamente spazio ad un cielo grigio e ad un vento incessante e molto fastidioso. A tratti mi sembra di essere tornato in Scozia, con l’aggravante di temperature ben più basse. Le previsioni, ahimè, questa volta son state fin troppo ottimistiche, per non dire completamente sbagliate. Teniamo duro…

La parte alta della via, che normalmente si sale gran parte con le scarpette da roccia, non ci permette manco di togliere i ramponi. Figuriamoci le picche, il piumino ed i guanti pesanti. Scaliamo sempre su tiri di misto per niente banali, nel mezzo di una bufera frustrante, che a tratti si prende gioco di noi, lasciandoci intravedere l’azzurro del cielo.

Francesco non si risparmia nell’affermare: “In queste condizioni è ben più dura della Ragni, a parte l’ultimo tiro, sempre che il buco non sia già stato scavato!” Un’affermazione che riesce a strapparmi un sorriso.

I tempi e le preoccupazioni si dilatano esponenzialmente; la scalata diventa sopravvivenza e non più piacere. Sono le 19:00 e finalmente arriviamo all’intaglio da dove parte una linea di calate dirette. Il vento mi terrorizza e mi fa tornare in mente il povero Frank, incontrato 600 m più in basso, che giace dal 2002 imprigionato nel ghiaccio.

Ci guardiamo negli occhi, l’espressione è chiara, rassegnata, solcata da nuove rughe. Non proferiamo verbo. La cima è lì, a poco più di mezz’ora slegati. Passa un tempo cortissimo, che sembra infinito. Marco monta la daisy e questo mi fa capire tutto… D’improvviso ritorno sulla terra ferma, di fronte alla magra realtà. Siamo di molto fuori tempo massimo, non conosciamo la discesa ed il vento sembra volerci castigare per qualcosa di grave. Scendiamo a favore della sicurezza.

La montagna fumante non ci concede il nulla osta. Inizio le calate con un sottile dispiacere, che presto si tramuta in soddisfazione pura per aver terminato una grande via. La Supercanaleta è fatta, la “Cumbre” sarà il pretesto per ritornare in questo luogo magico. Le infinite doppie, molte delle quali con le soste da rinforzare, ci richiedono 6 ore e dopo 23 ore no stop siamo in tenda.

Il giorno dopo, come la tradizione vuole, il cielo è terso e non tira una bava di vento. Non abbiamo neanche la forza per arrabbiarci, ma forse non lo facciamo perché siamo semplicemente felici.

Una frase del mio passato continua ad infiltrarsi nei miei pensieri ed a farmi star bene per tutto il cammino di rientro: “Talvolta i desideri si realizzano quando meno te lo aspetti… Talvolta invece sei costretto a lasciar perdere… Comunque vada, ne è sempre valsa la pena”.

Magie di luce sul gruppo del Fitz Roy

Magie di luce sul gruppo del Fitz Roy

NdA: Durante la discesa dalla Canaleta veniamo a conoscenza di un incidente successo a due alpiniste svizzere, che avevamo superato all’attacco della via il giorno prima. Le due, legate in conserva, sono scivolate per 300 m lungo il canale ghiacciato. Il Club Andino di El Chalten ha organizzato una squadra di soccorso formata da 35 soccorritori, i quali hanno portato a termine l’operazione. Riportando le due, con fratture ovunque, ma fuori pericolo di vita, a spalla fino a Piedra del Fraile. Eroici!

E’ giunta l’ora di tornare a casa per passare il Natale con i nostri cari. Gli ultimi 3 giorni in paese li utilizziamo per salutare le nostre nuove conoscenze e per preparare i bagagli. Chiediamo un passaggio a Babbo Natale e alle 2 di notte del 25 Dicembre siamo a casa, come fossimo un bel pacco regalo.

Ho cercato di raccontare questa esperienza limitandomi quasi esclusivamente ai meri fatti e cercando di non dilungarmi negli stati d’animo, ma quanto ci sarebbe da scrivere, quanti pensieri riaffiorano scrivendo queste righe. Ripensando a questo viaggio il cuore si riempie e l’animo si alleggerisce.

Una fonte di adolescenza. Questa è stata la mia prima volta in Patagonia.

Questa è stata la “MIA” Patagonia! 

Alpinista SMAM-Guida Alpina

 Marco Majori

Soundtracks:

  • Sirens – Pearl Jam
  • A Simple Mistake – Anathema

 Ringrazio:

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GRAND PILIER D’ANGLE 4243m via Divine Providence

Tutti i tracciati della parete

Tutti i tracciati della parete in giallo: Divine Providence

Rossa= Walter Bonatti e Cosimo Zappelli (dal 22 al 23 Giugno 1962). Difficoltà: ED- Lunghezza: 750 m. Fino alla cima del M. Bianco: 1350 m

Verde= Walter Cecchinel e Georges Nominé (dal 16 al 17 Settembre 1971). Difficoltà: V/V+/ED Lunghezza: 750 m. Fino alla cima del M. Bianco: 1350 m

Gialla= Via Divine Providence. Patrick Gabarrou e Francois Marsigny (dal 5 all’8 Luglio 1984). Lunghezza: 900 m. 1500 m fino alla cima del M. Bianco. Difficoltà: EX, 7a obbl. Azzurra= Via Faux pas, Jan Fijackowski e Jaclk Kozaczkiewicz (dal 6 al 10 Agosto 1983). Difficoltà: IV+/A1/ED- Lunghezza: 900 m. Fino alla cima del M. Bianco: 1500 m Rosa= Walter Bonatti e Toni Gobbi (dal 1 al 3 Agosto 1957). Difficoltà: V+/A1/ED- Lunghezza: 900 m. Fino alla cima del M. Bianco: 1600 m Bianca= Via diretta Cecoslovacca, Rudolf Haiducik, Jaroslav Jasko e Ondrej Pochyly (dal 19 al 22 Luglio 1984). Difficoltà: VI+/A2/EX- Lunghezza: 900 m. Fino alla cima del M. Bianco:1600 m Nera= Via Polacca, Eugeniusz Chroback, Tadeusz Laukajtys and Andrey Mroz (dal 19 al 22 Luglio 1984). Difficoltà: VI+/A2/A3/EX- Lunghezza: 800 m. Fino alla cima del M. Bianco: 1400 m Blu= Walter Bonatti e Cosimo Zappelli (dal 11 al 12 Ottobre 1963). Difficoltà: V+/TD+ Lunghezza: 600 m. Fino alla cima del M. Bianco: 1050 m

Relazione 

Data: dal 30 Luglio al 02 Agosto 2013 Ripetitori: Marco Majori e Bruno Mottini. Attrezzatura: NDA, 2 serie di Friends dal n° 0,3 al 2 (camelot), 1 Friend n° 3 e 1 serie di micro, serie di nuts dal n° 4 al n° 10. La nostra strategia: Giorno 1: In tarda mattinata raggiungere il rif. Torino con la funivia da Courmayeur e da qui proseguire fino al bivacco della Fourche. (2-4 ore) Giorno 2: Alle prime luci iniziare le doppie (4 da 25 m) fino al ghiacciaio della Brenva. Attraversarlo e risalire il Col Moore. Da qui con altre 4 calate da 25 m e qualche facile trasferimento in conserva tra una e l’altra (tendenzialmente verso sinistra faccia a valle) si raggiunge il ghiacciaio inferiore della Brenva e in pochi minuti il punto più basso del Pilier d’Angle. Noi abbiamo attaccato circa 60 m più a sinistra, dopo il piccolo nevaio che rimonta sulla parete, lungo una rampa in obliquo verso sinistra. Al termine di questa (25 m) seguire una cengia orizzontale verso destra e al suo termine proseguire, ricercando le minori difficoltà, in direzione di un evidente camino strapiombante. Dopo circa 8 tiri medio/lunghi (max. 5c, 300 m), i primi obliqui verso sinistra e poi tendenti a destra, si arriva al camino. Questo essendo spesso bagnato, va passato alla sua destra, giungendo alla sosta, posta proprio sopra la verticale dello strapiombo (6b, 40 m). Si continua per altri 2 tiri (6a, 30 m e 5b, 20 m), attraversando a destra ed ignorando un chiodo ancora a destra per poi puntare alla base dello scudo rosso. Parecchie le cenge per un discreto bivacco. (9-11 ore) Giorno 3: Attacchiamo lo scudo quando è completamente illuminato dal sole. Troviamo tutti i tiri in condizioni perfette. Di seguito la relazione. Usciti dalle difficoltà, si continua per circa 200 m, tendendo verso la parete nord e seguendo poi il filo di una cresta fino ad arrivare alla cima del Pilier d’Angle (eventualmente posto da bivacco). Questa ultima parte è stata salita completamente con le scarpette d’arrampicata, in parte a tiri ed in parte in conserva lunga (max. IV°). Dalla cima, dopo 600 m lungo la cresta di Peutérey si esce in punta al Bianco di Courmayeur (4765 m) e poi si continua, passando per la cima del Monte Bianco (4810 m), fino al bivacco Vallot (4362 m). (11-14 ore) Giorno 4: In mattinata si scende via Gouter (o Gonnella) fino al Nid d’Aigle (3-4 ore). Da qui poi con treno fino a La Fayet e alla civiltà!

Relazione di: Marco Majori Guide Alpine Bormio www.guidebormio.com

Divine Providence-Scudo

Topo: M. Majori

Note:

  • E’ una salita fantastica, complessa e molto faticosa.
  • Affrontarla in condizioni di alta pressione stabile prolungata. Ritirata non consigliabile!
  • Per affrontare questa via bisogna essere molto ben allenati e capaci di muoversi in terreno di alta montagna.
  • L’avvicinamento è complesso e pericoloso soprattutto nella zona del Col Moore.
  • Percorrere lo zoccolo basale (circa 400 m) richiede esperienza, per non trovarsi fuori via (altre possibilità, che però potrebbero rivelarsi più complicate). Poche le protezioni in loco in questo tratto. Soste per lo più da attrezzare.
  • All’inizio delle difficoltà su roccia occorre essere abituati a non proteggersi molto. Il gran diedro e il tetto finale si possono salire in artificiale semplice (A1), mentre il resto ti obbliga ad arrampicare in libera.
  • Per raggiungere la cima del Pilier d’Angle bisogna fare attenzione alla roccia molto instabile ed eventualmente al ghiaccio.
  • La cresta di Peuterey è uno scivolo di neve e ghiaccio attorno ai 50° sul quale bisogna rimanere molto concentrati.

Foto:

Bivacco sotto lo scudo

Bivacco sotto lo scudo

Sul 1° tiro dello scudo

Sul famoso diedro strapiombante di 7c

Sul famoso diedro strapiombante di 7c

Cima!

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Ringraziamenti:

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LATOK I 7145m: Diario del Tentativo allo Sperone Nord

11 Luglio 2011: Campo base del Latok I

Dopo 6 giorni passati in parete scendiamo a causa del brutto tempo e dell’altissimo rischio di valanghe e crolli di cornici. Ma per quanto mi riguarda non è stato il fallimento di un sogno, ma l’inizio di una nuova consapevolezza alpinistica. La spedizione sull’inviolato sperone nord del Latok I (7145m) nella catena del Karakoram in Pakistan è stata un successo.

L'imponente parete Nord del Latok I - Karakorum

L’imponente parete Nord del Latok I – Karakorum

6 Giugno 2011 la partenza. Il lungo viaggio che ci separa da Milano ad Islamabad mi concede il tempo per pensare a quanto sono fortunato ad essere qui ed a quello che mi aspetterà. L’idea di provare a salire questo spigolo pazzesco ed infinito nasce dall’energia vulcanica ed inesauribile di Ermanno Salvaterra di diritto tra i più forti e produttivi alpinisti della storia alpinistica della Patagonia. Andrea Sarchi è il primo con cui viene condiviso il progetto ed a lui, che abbraccia entusiasta quest’idea, è affidato il compito di capo spedizione e di decidere gli altri componenti del gruppo. Toccherà infine, dopo varie proposte, a Cesare “Cege” Ravaschietto, a me ed a Bruno Mottini l’onore di completare la squadra. Tre “vecchie” volpi, istruttori nazionali delle guide alpine e due giovani, ex agonisti ed aspiranti guide alpine saranno il primo team italiano a tentare l’ambiziosa salita dal versante nord del Latok I. Salita che ad oggi, dopo oltre 30 anni di tentativi ha respinto quasi 30 cordate da tutto il mondo. 15 Giugno 2011 finalmente al campo base (4500m). 26 ore di pulmino in 2 giorni sulla rinomata Karakoram highway fino a Skardu. 8 ore di jeep e di off-road da brivido fino ad Askole. 60 km in 4 giorni di trekking. 1500 m di dislivello in salita. 73 portatori Baltì . 300 kg di materiale alpinistico. Questi i numeri di un odissea logistica ed organizzativa che ci porta ai piedi del nostro obbiettivo o più simpaticamente del “grande puffo”, come verrà battezzato nei giorni successivi da Ermanno. In effetti le dimensioni non hanno niente a che vedere con quelle alpine, tutto è moltiplicato all’ennesima potenza. Ciò che rendeva tutti increduli era che da circa 1 km di distanza in linea d’aria dalla parete, essa non rientrava in un’unica visuale dell’occhio, bensì bisognava inclinare maggiormente la testa per vederne la cima. Impressionante!

Lungo la Karakoram Highway.

Lungo la Karakoram Highway.

Fino al 05 Luglio 2011 l’acclimatamento. Il tempo è sempre bello e stabile e ci permette di iniziare a “lavorare”. Molti sono i viaggi fino al deposito materiali (un isoletta sassosa in mezzo al ghiaccio) a circa un‘ora dall’attacco dello sperone ed alla base della parete, ma non solo. Apriamo una “vietta” di 100 m in 2 tiri (6a­+ e 6b) nei pressi del deposito, dove ricordo un bel viaggio su placca liscia di 10 m avendo come ultima protezione un micro nut, però era un offset… (dispositivo conico su almeno 2 assi). Saliamo da un ripido canalone nevoso (infinito) fino a 5400 m su di un anticima nei pressi del campo base e passiamo la notte in tenda a 5200 m. At last, but not the least issiamo tutto il materiale (circa 150 kg) fino ai 5250 m dello sperone. Impieghiamo 5 giorni effettivi sempre con rientro in giornata al campo base. Di questi difficili giorni mi torna in mente un tiro su roccia strapiombante, dove ho impiegato quasi un’ora per salire 40 m e dove un volo a testa in giù di 7/8 m su friend ha reso il tutto sicuramente più adrenalinico. C’è stata anche una lunga ritirata in balia della bufera, l’unica volta dove ho visto Sarchi perdere le staffe a causa del freddo e delle condizioni estreme dettate dal meteo e dalla parete. Insomma 19 giorni di “fuoco” dove i  riposi si sono contati sulle dita di una mano e il lavoro ha portato a risultati al di sopra dei nostri programmi. Nonostante questo scrivo sul diario: “…Avendo messo mano sulla parete mi sono reso conto di ciò che mi aspetta. La preoccupazione è aumentata soprattutto a causa della lunghezza della via… Potrebbe essere l’occasione per definire i miei limiti di sopportazione…” . 06 Luglio 2011 inizia l’assedio. Negli ultimi 2 giorni la neve è caduta copiosa e le condizioni non sembrano delle migliori. Il metereologo austriaco Karl Gabl ci annuncia al satellitare che abbiamo davanti una finestra di bel tempo e decidiamo così di partire, preventivando 20 giorni tra salita e discesa. Mi sveglio alle 3:00, il cielo mi sovrasta con una miriade di stelle. Rimango per l’ennesima volta a bocca aperta! L’avvicinamento è silenzioso e in poco più di un’ora siamo alla base della parete. Risaliamo 600 m di corde fisse scarichi ed altri 100 m accompagnati dai 3 sacconi, o per dirla alla Salvaterra dai 3 Boby, con all’interno tutto il materiale. Fatichiamo a trovare un buon posto da bivacco, non troviamo lo spazio per montare le tendine e così ci dividiamo in due gruppetti e riusciamo a sistemarci in qualche modo. Ricordo che a turno dovevamo spostare le gambe poiché a causa delle dimensioni del giaciglio a qualcuno rimanevano sotto quelle degli altri, provocandogli così dei periodici formicolii. In cambio però il tramonto sugli Ogre e il cielo stellato hanno reso il tutto “piacevole”, oserei dire quasi romantico… Prima di addormentarmi sono stati molti i miei pensieri, in ultimo però mi è balzato in mente l’epitaffio sulla tomba di Kant (“Due cose mi hanno da sempre stupito: il cielo stellato sopra me e la legge morale in me”) ed un sorriso… Infatti anche al liceo la filosofia era un potente sonnifero.

Ermanno sale le corde fisse.

Ermanno sale le corde fisse.

07 Luglio 2011 la Fatica. L’alba arriva veloce e dopo la colazione siamo di nuovo appesi agli imbraghi. Lo scenario cambia, dai muri per lo più rocciosi e verticali incontrati nella prima parte, ora ci aspettano almeno 3 giorni di pendii nevosi di circa 70°. Il tempo è bello e la giornata redditizia, scaliamo altri 200 m impiegando sovrumani fatiche per il trasporto dei materiali. I crampi alle braccia ed alle spalle non esitano ad arrivare e giungo al posto da bivacco sfinito. Fortunatamente questa volta il bivacco, trovato dalla lungimiranza di Cege, ci permette di montare entrambe le tende e di essere anche riparati; siamo infatti piazzati sotto di una gigantesca cornice di ghiaccio. Bresaola, grana e nasi goreng, queste le proposte dello chef Bruno, che non transige su eventuali contestazioni e, nel raro caso in cui ci fossero, zittisce sempre tutti con una frase in livignasco stretto: “Iòra maia la merda!” (La traduzione, anche se intuibile, la lascio come compito ai più curiosi…) 08-11 Luglio 2011 prigionieri del sogno. 5:00 del mattino, il rumore dei fiocchi di neve che lambiscono il telo della tenda è la prima cosa che attira la mia attenzione. Subito tiro un sospiro di sollievo, così posso continuare a dormire e soprattutto a riprendermi dalle fatiche dei giorni passati. Insomma rido sotto i baffi e nel “tepore” del mio sacco a piuma mi giro dall’altra parte e continuo a dormire. Purtroppo questa euforia sarebbe durata poco… Quasi una settimana bloccati in tenda in attesa del bel tempo ha decisamente messo alla prova la pazienza di tutti! Più di uno i tentativi di proseguire anche in queste condizioni avverse, ma nessuno d’importanza rilevante. Riusciamo ad aggiungere purtroppo solo qualche metro alla nostra odissea, raggiungendo così il nostro punto più alto: 5600 m. Dopo giorni passati a valutare le condizioni della parete ed a sognare il bivacco Colin (punto di arrivo della spedizione americana del 2009 capitanata dal famoso Colin Haley) posto a 5800 m, le frequenti valanghe spontanee ed i continui crolli di cornici portano i “vecchi” alla decisione più saggia: Il ritiro!

Il bivacco.

Il bivacco.

Impieghiamo un giorno intero per la difficile discesa, fortunatamente senza la compagnia dei Boby. Infatti ritenendoli idonei al volo li abbiamo testati nei circa 1000 m che ci separano dall’attacco della parete. Non avendo visto delle grandi planate abbiamo dovuto ricrederci sulle loro proprietà aerodinamiche. La sera al campo base i due cuochi e l’ufficiale di collegamento ci accolgono felici con una cena a base di pizza pakistana. La pizza più buona che abbia mai mangiato!

Durante la discesa.

Durante la discesa.

12 Luglio 2011 i koreans. Già durante la discesa si era accennato ad una salita totalmente su roccia e con esposizione a sud, così puntiamo la nostra attenzione su di una guglia che svetta aguzza nei pressi del campo base. Nel recuperare i sacconi alla base del Latok ci accorgiamo che uno è completamente squarciato e per le famose leggi di Murphy è proprio quello con all’interno tutti i chiodi da roccia in nostro possesso. Aprire una via su roccia senza chiodi da roccia non è molto consigliabile. Il progetto sembra quindi sfumare, finché veniamo a conoscenza della partenza della spedizione koreana, con cui abbiamo condiviso per più di un mese il campo base. Questi, reduci dal successo sulla difficile parete nord del Meru Peak (6660 m) in India, hanno tentato, nel mese a loro disposizione, la diretta alla futuristica parete nord del Latok I. A causa del meteo, delle difficoltà e dei pericoli oggettivi, sono riusciti però a salire solo 100 m dei 2500 m della parete. A loro chiediamo la possibilità di avere dei chiodi ed in cambio di un paio di picozze, riceviamo una decina tra lame, U e universali, più una ventina di pecker (dispositivi d’ancoraggio, tipici dell’artificiale moderno). I koreans sostengono che siano sfruttabili in più situazioni e che abbiano la stessa tenuta dei chiodi,  peccato che io non ne abbia mai piantato uno, ma vado in fiducia. 13 Luglio 2011 Il sole torna finalmente a splendere, portiamo così parte del materiale nelle vicinanze dell’attacco della guglia e torniamo al base per preparare le ultime cose. La stanchezza inizia a farsi sentire, ma l’obbiettivo mi entusiasma soprattutto per la possibilità di effettuare la salita senza sacconi e con impronta più sportiva. 14-15 Luglio 2011 Cater-Pillar. Partenza alle 4:00 e rientro alle 5:00 del giorno dopo. 26 ore tra salita e discesa per una via in quota fino ai 5500 m della cima, su roccia splendida e difficoltà sostenute in arrampicata libera (7a). Sfruttiamo quasi esclusivamente protezioni veloci se non per le soste di calata ed un paio di chiodi lasciati lungo i tiri. Per quanto riguarda i pecker cerco di usarne solo uno nel passo chiave del 9° tiro per effettuarlo in A0. L’intraprendenza della mia decisione non viene premiata, infatti la fuoriuscita del dispositivo è implacabile e dunque preferisco effettuare il passo con la vecchia e cara tecnica dell’arrampicata libera. Meno male che andavo in fiducia… L’aneddoto del perché di questo nome alla via merita di essere svelato attraverso questo scorcio di dialogo avvenuto giorni prima durante una delle numerose discussione in tenda. Cege: “Prima di partire ero a cena con un mio collega istruttore delle guide e abbiamo iniziato a parlare della nostra spedizione…” Sarchi: “Ah sì… E cosa ha detto?” Cege: “Bè… che era una cosa molto ambiziosa e difficile e poi mi ha chiesto con chi sarei andato…” Sarchi: “Immagino la faccia dopo avergli detto il mio nome…” Cege: “Non ci crederai, ma quando ti ho menzionato è rimasto immobile per un momento ed ha affermato: Sarchi? Sarchi… Un caterpiller!” Da quel giorno il nostro impeccabile ed insostituibile capo spedizione è rimasto per tutti noi il caterpiller ed a tutti è sembrato ovvio dedicargli la via.

Il tracciato della via Cater-Pillar.

Il tracciato della via Cater-Pillar.

16-21 Luglio 2011 il rientro. Ritorna il brutto tempo e dopo aver recuperato l’ultimo materiale lasciato nei vari depositi dislocati sul ghiacciaio prepariamo i bidoni e chiamiamo i portatori. Questa volta sono 32 e come all’andata in 4 giorni ci riportano alla pseudo civiltà di Askole. Qui in preda ad una voglia irrefrenabile di cioccolata, ne compro una bella quantità all’unico negozietto del villaggio, ma appena uscito ad aspettarmi c’è un’orda di bambini che mi assale ed a cui non riesco a dire di no. E così la tanto ambita cioccolata sparisce prima ancora di averla annusata. 22-26 Luglio 2011 Skardu. Skardu, la “Cortina” del Pakistan con i suoi motel stellati, le montagne intorno, il lago e tutta quella mondanità che si respira ad ogni angolo… Ci regala dopo 42 giorni una doccia ed un letto morbido. Ancora oggi mi vengono i brividi a pensare alla goduria nel riavere quelle comodità. A Skardu passiamo 4 giorni in attesa che l’agenzia sistemi la burocrazia per il rientro. Visitiamo così l’altopiano del Deosai a 4000 m, definito da Cege: “pazzesco” ed altre tipiche attrattive del luogo. (Spero sia stata colta l’ironia di questo breve racconto. NdR) 26-27 Luglio 2011 il viaggio peggiore della mia vita. Partiamo finalmente da Skardu, che per quanto mondano, rimane comunque paragonabile ad un soggiorno estivo al Passo dello Stelvio senza l’opzione sci… Insomma una partenza molto attesa! Il pulmino Toyota Hiace con 2 autisti ci preleva dal nostro motel e dopo 27 ore di viaggio sulla Karakoram highway siamo ad Islamabad. Il viaggio si rivela una vera tortura. Le condizioni dell’ “autostrada” sterrata, non permettono a nessuno di chiudere occhio e le poche tappe non sono abbastanza per riprendersi dalla posizione fetale imposta dagli spazi lillipuziani dei sedili. Arriviamo sconvolti a destinazione, quasi tutti con la dissenteria e crolliamo nei letti dell’albergo fino alla mattina seguente, giorno della partenza verso l’Italia. 28 Luglio 2011 back to Italy. Il viaggio di rientro va liscio come l’olio se non fosse per i nostri numerosi assedi al bagno, che lo rendono inagibile per momenti interminabili al resto dei passeggeri. Ci salutiamo all’aeroporto di Malpensa con un sacco di nuovi progetti alpinistici sia sulle Alpi che all’estero da effettuare insieme ed io entusiasta come un bambino ritorno a casa con nuovi sogni da realizzare. Un’avventura indimenticabile che mi ha fatto crescere in molti aspetti del mio carattere e che mi ha donato la voglia di mettermi in gioco e di esplorare il mondo alla ricerca di nuovi luoghi, di montagne da scalare e di grandi amicizie.

Marco Majori all'ultimo tiro della via Cater-Pillar con il gagliardetto del Centro Addestramento Alpino di Aosta.

Marco Majori all’ultimo tiro della via Cater-Pillar con il gagliardetto della Sezione Sci-Alpinistica del Centro Addestramento Alpino di Aosta.

Ringrazio di cuore il Col. Marco Mosso ed il Magg. Patrick Farcoz del Centro Sportivo Esercito di Courmayeur (www.sportmilitarealpino.it) per il supporto e l’opportunità che mi hanno concesso. Infine un grosso grazie ai nostri sponsor materiali: MONTURA, SCARPA, KONG, ENERVIT e FERRINO.

 A. Guida Alpina Marco Majori

Soundtracks:

  • Five to One – The Doors
  • Warning Sign – Coldplay