BOLIVIA

LA FIRMA ITALIANA
Illimani campo base, 15 Giugno 2015.
Farina dorme come un sasso, io non ce la faccio, ho le spalle a pezzi e non nascondo un pizzico di eccitazione. Nel torpore del sacco a pelo ripenso a ciò che abbiamo fatto e mi viene voglia di scrivere.
La Paz capitale della Bolivia, primi di giugno.
Que quilombo! Il traffico, la frenesia e il cemento, tipici delle grandi città ci fa subito volgere lo sguardo verso le cime innevate che dominano la capitale dall’orizzonte.
Passiamo comunque i primi due giorni ad organizzarci e a fare i turisti per caso. Ciò che mi ha colpito di questa “gondopoli”, oltre allo smog, è il fatto che l’urbanizzazione copre ogni centimetro quadrato di una grande conca che va dai 3600 ai 4000 mt della periferia. Le due zone sono collegate da linee di funivie Doppelmayr di ultima generazione: c’è la rossa, la gialla, l’azzurra… Proprio come le linee metropolitane delle grandi città!
A parte il fatto che salendoci mi sono sentito a casa ed ho goduto di una vista spettacolare; penso sia un modo geniale per spostarsi a basso costo limitando l’inquinamento ed il traffico.
Huayna Potosi dal 5 al 9 Giugno. Acclimatamento.
Già percorrendo le ripide strade di La Paz ci eravamo accorti di quando fosse faticoso il respiro.
Decidiamo quindi di passare qualche giorno tra i 4800 e i 6088 mt., con l’unico obiettivo di prendere confidenza con l’alta quota. Tra il mal di testa costante e l’insonnia quasi perenne portiamo a casa 2 cime: il picco Milluni 5600 mt. circa ed il famoso Huayna Potosi 6088 mt. in circa 3 ore dal rifugio Anselme Baud. Considerato che la media di salita in cima è intorno alle 5 ore, decidiamo che la prima fase della nostra avventura possa terminare. Rientriamo a La Paz dopo 5 giorni passati per fare amicizia con le insidie dell’alta quota.
Illimani parete sud dal 12 al 14 Giugno.
“…È una forma d’arte da praticare. Ci vogliono anni per padroneggiarla, eppure alla fine è tutta intuizione.”
Illimani 6438m - Parete Sud - DIRECTA ITALIANA

Illimani 6438m – Parete Sud – DIRECTA ITALIANA

Una parete sud molto simile alle nord alpine per austerità, ripidezza, difficoltà, lunghezza. Chiaramente senza contare la quota.
Le linee già tracciate non sono molte, ma gli apritori provengono da tutto il mondo. C’è ancora spazio in centro. Manca la firma italiana!
Cinque le ore che ci separano dalla città al campo base di Las Minas.
(L’ultima ora di viaggio merita però una nota; in quanto il Pick-Up Toyota Hylux 2.7 ed Aldo, l’autista, penso si siano superati.
Più e più volte in quell’ora mi sono chiesto: “Ma perché non scendiamo ed andiamo a piedi?”
L’ultimo tratto prima della meta non era altro che una traccia a tornanti tra i massi della ripida morena.
Ad un certo punto il clima era diventato tipico di quello di una gara, con tanto di tifo ed ole. In palio c’era il premio per il più veloce a porre i sassi dietro le ruote per le ripartenze ed al più stiloso a salire sul cofano per garantire la trazione del mezzo).
Arriviamo al campo di Las Minas e prima ancora di scaricare gli zaini dal mezzo, iniziamo con lo sbinocolamento della parete, neanche fosse un’entità divina, per non dire altro.
La nostra trance viene interrotta solo da Aldo che ci chiede se va bene dove ha riposto gli zaini e ci saluta con un “suerte”, un sorriso ed una calorosa stretta di mano.
Rimaniamo con Felix ed Eric, portatori e cuochi degni di stelle Michelin e ricadiamo nella nostra dolce trance.
“Che sfortuna, lì sono già passati i Francesi. Caspita, la linea dei Japan è super. Matti, gli Argentini sotto quei seracchi. Però! Le goulottes del Franco-Boliviano Mesili…”
“Majo” sbotta Farina “Attacchiamo in centro, sulla linea dello sperone, sotto i piccoli seracchi di sinistra” ed io un po’ perplesso per i seracchi, considero un’infinità di fattori e dopo un tempo incalcolabile replico deciso: “Ok! Domani alle prime luci attacchiamo i primi tiri di roccia”.
Alle 4:00 siamo in pista e dopo circa 2 ore dal campo base attacchiamo la parete. Il primo tiro tocca a me e lo supero concentrandomi parecchio ed andando lungo, non avendo le protezioni adatte. Poi Farina che dopo vari andi-rivieni e perplessità porta a termine il secondo tiro di roccia.
Farina impegnato sulla roccia

Farina impegnato sulla roccia

Da qui una serie di goulottes degne del Monte Bianco inframmezzate da semplici tiri di misto ci portano all’imbocco del pendio. Possiamo dire di essere fuori dalle difficoltà tecniche, ma non da quelle fisiche e psicologiche. Il pendio di 800 mt. di neve/ghiaccio a 75 gradi costanti non è assolutamente da prendere alla leggera. Decidiamo comunque di continuare in conserva corta per essere più veloci. La fatica è immane. Riesco a fare solo delle serie di 35/40 passi al massimo prima di piegarmi in due sulle picche ed iniziare a respirare come dopo una gara sui 400 mt. Avido di ossigeno come mai prima, come se non fosse presente, inspiro profondamente più volte e con grande fatica riporto la respirazione ai livelli normali, condizione necessaria per ripartire.
Ci diamo spesso il cambio e Farina vuole uscire in giornata, è convinto! Lo dissuado più volte: “Guarda che siamo cotti… Ci facciamo male!”
Fortunatamente dopo un po’ mi da’ retta ed afferma con il minimo del fiato possibile: “Appena puoi, bivacco!”
Sono davanti. Non è facile trovare un posto da bivacco su di un pendio costante di neve. Finché, una manna dal cielo, scorgo una lieve conca in prossimità di un piccolo seracco sommerso dalla neve. Farina guarda l’altimetro, siamo a 6200 mt, non esita, anche se la cima è a 200 mt, prende la pala ed inizia a scavare letteralmente sotto il tetto di ghiaccio. Il buco che riusciamo a creare è largo a mala pena e profondo non abbastanza. Infatti siamo costretti a “riposare” come delle sardine con i piedi a sbalzo sul pendio. Senza dubbio il bivacco più scomodo e lungo di sempre!
L’indomani mattina, siamo due ghiaccioli, aspettiamo il sole e con fare senile, ci prepariamo, beviamo dell’acqua calda e ripartiamo.
Raggiungiamo la cresta sommitale e ci “ribaltiamo fuori” un po’ come dopo l’integrale di Peuterey ci si “ribalta” in cima al Monte Bianco di Courmayeur. Il suolo è piatto. Riguardiamo il pendio, senza pronunciare parola, incrociamo gli sguardi, ci stringiamo la mano. Anche stavolta è andata…
Alle 10 del mattino siamo in cima.
Illimani 6438m - Cima!

Illimani 6438m – Cima!

I 6438 mt. dell’Illimani ci permettono di dominare tutto l’altopiano boliviano. Ci sentiamo bene, continuiamo a sorridere, ma non sappiamo ancora bene il perché. Sappiamo solo che questo è uno di quei momenti della vita in cui all’improvviso il tempo viene fecondato da un po’ di eternità.
La via sarà battezzata all’unisono: “Directa Italiana” in onore di un popolo e di un paese che ancora tutti guardano con meraviglia e stupore.
Scendiamo dalla via normale e dopo una breve tappa al nido de Los Condores per un mate de coca, preparatoci dal super contento Felix, arriviamo al campo base.
Un alpeggio di lama con torrentelli che scorrono quieti tra l’erba. Una specie di paradiso bucolico. Il posto perfetto dove addormentarsi accarezzati dalla brezza colma del profumo della flora d’alta montagna.
CICE
Dopo la parete sud dell’Illimani, il nostro principale/unico obiettivo del viaggio, rientriamo a La Paz e la prima cosa di cui ci rendiamo conto è che abbiamo ancora a disposizione troppi giorni prima del volo di ritorno.
Cosa facciamo adesso?
“…Ti siedi, contento di essere ancora intero. Ma ovviamente non lo sei. Parte di te è già tornata lassù, alla ricerca della prossima linea.”
Alpamayo Negro 5428m - ARISTA de CICE

Alpamayo Negro 5428m – ARISTA de CICE

Già al nostro arrivo la guida alpina locale Aldo Riveros ci avevo parlato di una montagna di cui non si avevano informazioni e che poteva essere molto probabilmente inviolata…
Ci prendiamo un paio di giorni per pensare.
Visitiamo il lago Titicaca e tra barchette di pescatori, paesaggi mistici e leggende Inca, troviamo il giusto spirito.
Dal lago alla montagna “one push”, con il cuore leggero ed una lieve smorfia, tipica di quei momenti felici dove si è sollevati dal fardello della decisione e dell’intenzione.
Già, perché, in fin dei conti, non abbiamo la minima idea di che cosa ci aspetta! Seguiamo l’onda…
Troviamo Aldo al campo base del Condoriri e con lui c’è l’ormai inseparabile Felix e Gustavo, amico di Salta in Argentina.
Il primo problema da risolvere è come arrivare alla base della montagna. Secondo Aldo la soluzione migliore è quella di passare per la cima del Pequeno Alpamayo e poi scendere verso sud-est in direzione della cresta che caratterizza la “nostra becca”.
“E la discesa?”, “Bella domanda…” risponde Aldo: “Chi lo sa?!” ed io: “Ah ok!” Facendo finta di niente…
Non sono molto ferrato sulle cose con le quali non riesco a crearmi un quadro preciso, se pur immaginario, in testa… Ad ogni modo ci provo, ci ho sempre provato ed un “Ah ok!” trovo siano le uniche parole adatte.
Partenza alle 03:00 e dopo 3 ore, un’alba mozzafiato ci bacia sopra un letto di nubi e per mano ci accompagna in cima.
Ammirando l'alba in cima al Pequeno Alpamayo

Ammirando l’alba in cima al Pequeno Alpamayo

Poche parole, il meno è fatto, ora inizia la parte esplorativa dell’ascensione.
La discesa si rivela tutto sommato “gestibile”. Qualche tratto di scalata intorno al IV grado ed un paio di nevai sui 50 gradi d’inclinazione ci permettono di raggiungere la sella, punto di attacco della nostra linea.
Quando puntiamo il naso verso l’alto, la visuale cambia sempre. Ora la salita diventa logica, evidente. Il nostro lato timoroso dell’ignoto si fa da parte e ci lascia scalare in preda alla pace dei movimenti ed all’entusiasmo della scoperta.
Seguiamo il filo, qualche tratto di misto e roccia, non banale, tra dorsali di neve belle dritte, una traversata su roccia di scarsa qualità e la vetta!
Alpamayo Negro 5428 mt. La nostra prima cima inviolata, siamo euforici, anche Aldo lo è. Ci sediamo per mangiare qualcosa e goderci tutto lo spettacolo della Cordigliera Real.
Poi, quanto mai, spostando un sasso, per potermi sedere più comodamente, scorgo una lattina tutt’arrugginita… “Noooooooo!” esclamo, “Fregati!”
Sia Farina che Aldo scuotono il capo dispiaciuti, ma la cosa dura molto poco. Tutti sappiamo che la via percorsa è sicuramente nuova, “cool” e divertente e questo ci basta per riprendere a sorridere e godere del bello in cui siamo immersi.
Ritorniamo sui nostri passi, attrezziamo la discesa, passiamo per la sella e risaliamo il Pequeno Alpamayo. Dopo una cavalcata di 14 ore siamo finalmente coi piedi sull’erbetta verde del campo base, con Felix e Gustavo che ci vengono incontro, l’uno con il mate de coca e l’altro col thermos, la bombija ed il mate (assolutamente da non confondere).
Seduti tra i lama ed i laghetti pieni di trote a “tomar” mate, sia a me che a Farina sorge spontanea una domanda: “Come chiamiamo la via?”
Il diritto della scelta del nome va chiaramente ad Aldo, che già da tempo aveva intuito la possibilità.
“Cice, que pasa?” Rompe il silenzio Gustavo.
(L’amico argentino chiama tutti: Cice. È un modo confidenziale, quasi affettuoso, per chiamare le persone. È da giorni che la parola “Cice” fa da padrona ai nostri dialoghi in esperanto).
“Arista de Cice” o “Cresta di Cice” se ne esce Aldo dal nulla, senza neanche rispondere alla domanda di Gustavo.
Tutti rimaniamo in silenzio per un po’ e poi una risata di approvazione corale rimbomba nell’anfiteatro del gruppo del Condoriri.
È perfetto!
Personalmente “Cice” mi piace, mi ricorda una bella persona e Farina non obietta, anzi si fa un’altra grassa risata.
Così nasce la via “Arista de Cice”.
L’ultimo grande regalo della Bolivia prima del nostro rientro in Italia.
Grazie Bolivia!
Marco Majori - Guide Alpine Bormio

Marco Majori – Alpinista SMAM – Guida Alpina

Thanks to: C.S. ESERCITO, MONTURA, KONG, FERRINO, WILD CLIMB

Soundtrack: My Silver Lining – First Aid Kit